domenica 21.10.2018
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Donne e politica. C’è sempre qualcosa da precisare

E così, a 70 anni dal voto alle donne, mentre tutti fanno a gara per celebrare la ricorrenza e si spendono grandi parole su quanto siano state brave le donne, quante le conquiste raggiunte e via discorrendo, a una donna incinta che si vuole candidare sindaco viene consigliato (con affetto, sia chiaro) di lasciar perdere. Troppo faticoso, troppo complicato. Un’altra invece, aspirante sindaco pure lei, non più a Roma ma a Milano, è stata liquidata come “brutta e grassa”, poi “nullafacente” e infine “sfigata”, dunque del tutto inadeguata. Lei ha provato a spiegare che un lavoro l’aveva, ma che dopo la nascita del figlio ha scelto di fermarsi un po’. Doveva pensarci prima! E, comunque, nessuno l’ha ascoltata.

Sono episodi che dovrebbero commentarsi da soli eppure, come in un giro dell’oca senza fine, si torna a parlare del ruolo della donna e delle madri nel nostro paese. Della loro presunta inadeguatezza a fronte di competizioni elettorali o di compiti complessi.

Dire che per una donna è impossibile conciliare vita familiare e impegno politico significa avallare l’idea che la politica è una cosa per uomini, e che le donne devono dedicarsi ad altro. All'accudimento, per lo più. In un paese in cui le donne lavorano pochissimo e la madri ancora meno, e anzi sono talmente scoraggiate da non cercarselo nemmeno più un lavoro, un messaggio del genere ci riporta indietro negli anni, ma soprattutto riporta indietro il paese, il Pil, la ricchezza e ancora di più la motivazione.

Prendiamo qualche dato. In Italia il tasso di occupazione delle donne è di 16 punti percentuali sotto la media europea (47% contro il 63% in UE); quello delle donne dai 20 ai 49 anni è pari al 56%, ma è decrescente in proporzione al numero di figli.  Le donne occupate senza figli sono il 60%, le madri con un figlio il 56%, quelle con due figli il 53% e quelle con 3 o più figli solo il 40%. Come diretta conseguenza, le donne hanno una minore disponibilità di risorse e una maggiore probabilità rispetto agli uomini di scivolare nell’esclusione e nella povertà.

Che fare? Due risposte sono possibili. La prima ha a che vedere col mondo del lavoro. La seconda con la politica e la gestione del potere.

Per non rinunciare a entrare nel mercato del lavoro è fondamentale per le donne trovare un ambiente non ostile. La flessibilità dell’orario di lavoro per chi ha l’esigenza di bilanciare la cura dei figli (o dei genitori anziani) con il lavoro è nella maggior parte dei casi il fattore che muove le decisioni dell’universo femminile. Progetti di legge come quello sul “Lavoro agile” o "Smart work", oggi in Parlamento grazie all’iniziativa bipartisan di Irene Tinagli, Alessia Mosca e Barbara Saltamartini, devono essere approvati in fretta, perché rappresentano un vero e proprio cambiamento culturale.

La possibilità per una donna di lavorare in diverse sedi di lavoro, da casa o da altri luoghi, senza la costrizione di dover mostrare sempre e comunque la faccia (la trappola del “face time”), ma potendosi organizzare come meglio si ritiene è un modo spesso ancora più produttivo di raggiungere i risultati. Non per forza tutti i giorni, ma anche un giorno a settimana, grazie all’utilizzo di dispositivi elettronici, e mantenendo le stesse garanzie degli altri lavoratori. E’ un cambiamento utile anche per le aziende, con riferimento ad esempio ai costi energetici e di gestione degli spazi, un modello win-win-win per lavoratori, imprese e ambiente esterno.

Ma anche sul piano dell’organizzazione concreta del lavoro sarebbe tempo di fare un salto di qualità. Nelle scorse settimane ne abbiamo sentite di tutti i colori. Ad esempio che per fare il sindaco devi armarti di elmetto e stivaloni e partire per la campagna di Russia!  Come farà la Meloni, futura mamma, a cacciare i topi da Roma? Come farà ad andare nei campi Rom? Come farà a rattoppare le buche nelle strade? E a cambiare le lampadine nelle luminarie? Sfugge purtroppo che a compiti complessi non si risponde con eroi o eroine da copertina, ma con capacità di organizzazione e coordinamento di competenze. Fare il sindaco o il presidente di regione significa in realtà saper costruire una buona squadra di governo, circondarsi di dirigenti responsabili, cioè scegliere le persone giuste a cui delegare le diverse attività. Per fare questo, donne e uomini sono ugualmente capaci. L’idea che alcuni mestieri siano solo maschili perché occorre essere presenti (o peggio invadenti) non sta né in cielo né in terra.

Infine, non bisognerebbe mai rinunciare e fare il solito passo indietro. La “sindrome di Cenerentola” per cui le donne alla fine si ritraggono da sfide politiche importanti e mandano avanti i loro capibastone (quasi sempre uomini) è sempre attuale. Né Merkel né Hillary, pur sentendosi gettare addosso di tutto, hanno retrocesso. Se poi diventano tante le Angela e le Hillary, a sinistra e a destra, diventa possibile fare massa critica dentro alle arene decisionali e portare a casa obiettivi importanti.

PS: Infine, una nota personale: non riduciamo il dibattito sul ruolo delle donne in politica alla declinazione del nome o dell’aggettivo (ministra o ministro? assessora o assessore?), battaglia su cui in tante si stanno spendendo dalla Presidente Boldrini in giù. Ci sono cose molto più concrete, urgenti e pressanti, di cui solo chi amministra ha diretta e drammatica consapevolezza, che interessano le nostre mamme e donne che non la declinazione al femminile di una parole. Diamoci da fare con un buon ritmo, e diamo risposte concrete, ancora prima che lessicali...

Elisabetta Gualmini

Vicepresidente e assessore al Welfare

 

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Pubblicato il 02/02/2015 — ultima modifica 21/06/2016
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