venerdì 17.08.2018
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In ricordo del giovane volontario Amedeo Granelli che sapeva guardare oltre se stesso

Si è spezzata un mese fa la vita di Amedeo Granelli, un ragazzo bolognese di 22 anni, che lavorava come volontario nella città di Abrego in Colombia, presso la ONG-Angeli di Pace che accoglie bambini in grande difficoltà.

Amedeo si muoveva tra studio, passioni e un futuro tutto da disegnare. In mano aveva il Bac, la maturità italo-francese ottenuta al Galvani, e una laurea triennale in Relazioni Internazionali a Forlì. Poi la scelta della laurea magistrale a Milano, sempre nel settore della cooperazione internazionale.

Capelli perennemente più lunghi e disordinati di quanto piacesse ai genitori, era contento di vivere a Milano dove aveva conosciuto gli altri tre ragazzi che erano volati con lui dall’altra parte del mondo. Pochi locali, ma moltissimi concerti rap a Milano, perché era questa la sua vera passione, la ricerca di forme di linguaggio non convenzionali, la velocità sincopata di testi e parole in cui trovava il suo ritmo. 

Amedeo andava bene all’università, senza essere però una “macchina da studio”, mi racconta il suo amico Marco. Non era uno di quelli cioè che magari prendono tutti 30 e poi, dopo due giorni, non si ricordano niente. Sai quelli che imparano tutto a memoria? Lui veleggiava tra i 25 e i 26, ma era uno di quelli che ci credevano, disposto a ricordarsi tutto se alcune materie lo interessavano.

Mi ha colpito molto la storia di questo ragazzo, che perde la propria vita in un incidente stradale mentre, durante un periodo che potrebbe essere di totale svago, si stava occupando di chi sta peggio di lui. Una tragedia atroce, difficile da sopportare.

Marco mi dice che all’inizio in effetti metà testa era rivolta al divertimento e metà a fare cose utili, poi però più i giorni passavano più ci si affezionava ai bambini e più ci si dava da fare. “Magari torniamo per le vacanze di Natale…”, buttavano lì ogni tanto.

E di cose da fare ce n’erano tante. I compiti con i ragazzini (tra i 12 e i 16 anni) che venivano da percorsi familiari disastrati e che in altro modo non avrebbero mai potuto studiare. E sarebbero finiti ad essere sfruttati nelle piantagioni di coca o assoldati nelle guerriglie interne. Molta matematica e poi spagnolo. Amedeo parlava benissimo l’inglese e il francese, mentre con lo spagnolo si arrangiava. “Pian piano ci si riusciva a capire però, anche perché lo spagnolo dei bambini non era proprio un Castigliano da manuale. Un ragazzino di terza superiore là ha un livello di preparazione scolastica pari a un nostro ragazzino di quarta elementare per intenderci”, scandisce bene il concetto Marco, facendomi notare la diseguaglianza. Oltre ai bambini, Amedeo e gli altri volontari si dedicavano alla raccolta della frutta e all’allevamento dei maiali. 

Marco dice che Amedeo era “felice”, usa proprio questo aggettivo, senza imbarazzi. Era felice e basta. Alla madre aveva detto, letteralmente, di essere “al settimo cielo”, e pare che non fosse frequente sentire queste cose da uno come lui, riservato, preso da alti e bassi, spesso pieno di dubbi su ciò che sarebbe diventato.

Chissà cosa avrebbe fatto Amedeo, dopo i bambini-soldato della Colombia, dopo la laurea magistrale a Milano e dopo che i suoi vent’anni sarebbero  stati seguiti dall’età della maturità e delle scelte definitive. Non potremo saperlo, purtroppo. Ma una cosa possiamo dirla con certezza: i ragazzi come Amedeo ci confermano che un po’ di stereotipi li dobbiamo abbandonare. Non ci sono solo i giovani che perdono tempo, quelli che si fanno mantenere sino a 40 anni, che pensano più a se stessi che agli altri, quelli che si sballano, quelli che non studiano e che dormono fino a mezzogiorno.

Ci sono anche i giovani come Amedeo, con le fragilità e le incertezze dei vent’anni, che però coltivano la speranza di guardare lontano, che non hanno paura di vivere in mezzo a chi è diverso e di costruire ponti tra il meglio e il peggio del mondo. E’ una straordinaria fortuna per la nostra società che ci siano tante risorse ed energie di questo tipo nel volontariato e nella cooperazione decentrata con l’unico obiettivo di migliorare le condizioni di chi occupa i gradini più bassi.

Guardare oltre se stessi, questo è il tuo messaggio, Amedeo. Non potevi essere più chiaro.

Elisabetta Gualmini

Vicepresidente e assessore al Welfare

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Pubblicato il 07/09/2016 — ultima modifica 14/09/2016
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