martedì 22.08.2017
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Sulla conciliazione vita-lavoro c’è ancora da fare

E’ passato da poco l’8 marzo, in cui si celebrano i diritti delle donne in tutti i campi della vita sociale ed economica, ma già si ha l’impressione che l’argomento sia stato messo nel cassetto sino al prossimo anno. E invece vale la pena riparlarne e chiedersi se in Emilia-Romagna la possibilità per le donne di conciliare vita e lavoro, o di sviluppare i progetti di maternità desiderati, sia un obiettivo raggiunto oppure se ci sia ancora da fare.

I dati a nostra disposizione riflettono un quadro di luci e di ombre. Siamo una terra tendenzialmente ricca, dove però nascono pochissimi bambini: poco più di un figlio per donna (1,4). Addirittura le donne straniere che sino al 2009 compensavano la bassa fecondità, oggi si stanno adeguando sempre di più ai nostri comportamenti e stanno via via rinunciando ad avere molti figli (da 2,8 nel 2009 sono scese a 2,05 nel 2015). Non solo poi diminuiscono le potenziali madri e quindi la natalità complessiva, ma anche le mamme della nostra regione non sono esenti dalla “sindrome del figlio unico”: anche chi potrebbe permetterselo ha una tale paura di mettere al mondo dei bambini che preferisce fermarsi dopo il primo figlio, per la preoccupazione di non riuscire a garantire loro un futuro decente.

Così le nostre famiglie diventano sempre più piccole, la società diventa molecolare, fatta da tante persone sole, da coppie senza figli che fanno passare gli anni sognando di crearsi una famiglia (prima o poi) e da genitori soli. Uno scenario che le istituzioni devono impegnarsi a capovolgere.

Per fortuna in Emilia-Romagna il tasso di occupazione femminile rimane elevato: pari al 6o% secondo l'ultimo dato, dieci punti sopra la media nazionale, e la disoccupazione è scesa al 9,4%, sotto di quasi tre punti rispetto al resto d'Italia. A Bologna poi il lavoro femminile arriva al 62,7%.

Ma anche da noi l'occupazione tende a diminuire all'aumentare del numero dei figli; i dati aggregati sul Nord-Est ci dicono che la quota di donne occupate è pari all'86,6% se sono senza figli, mentre se hanno figli scende al 66%. E i lavori delle donne, soprattutto delle madri, continuano ad essere concentrati nei servizi alla persona, molto meno nell'imprenditoria, nelle libere professioni e nei ruoli apicali.

Questo ci fa tornare all'annoso problema della scarsa condivisione del lavoro domestico, che rimanda tanto a pregiudizi di tipo culturale quanto ad abitudini difficili da scalfire. Anche in Emilia-Romagna le donne si scapicollano da mattina a sera tra figli, casa e lavoro, senza tregua.

Il tempo dedicato agli impegni domestici in una settimana ammonta a 24 ore e 25 minuti, mentre per gli uomini a 6 ore e 58 minuti, con una differenza di 18 ore! Un gap che non si può più tollerare.Anche l'ultimo tabù è caduto: il tempo per guardarsi allo specchio è diventato uguale per donne e uomini, e quindi avremo sempre più uomini super-curati e donne avvezze alla sciatteria... In compenso le donne passano molto più tempo in auto degli uomini, ma non per fare shopping: per scarrozzare figli e genitori anziani. Forse lì potrebbero recuperare e darsi una sbirciatina allo specchio... (ne vedo molte).

Lo spazio per fare di più dunque c'è. Come Regione ci stiamo provando, dalle nuove norme su infanzia e adolescenza allo stanziamento imponente sui centri antiviolenza, appena approvato dall’Assessorato al Bilancio e alle Pari Opportunità (4 milioni i euro per due anni). Anche le sinergie che stanno nascendo in tanti luoghi della regione tra il welfare e i servizi offerti dalle imprese e quelli offerti dalle istituzioni pubbliche sono un tratto rilevante. D’altro canto non ci sono molte alternative; o ci decidiamo a creare un ambiente favorevole alle donne che vogliono lavorare, realizzarsi e anche pensare a progetti di genitorialità oppure le nostre società si chiuderanno sempre più su se stesse, e sarà poi troppo tardi per recuperare.

Elisabetta Gualmini

Vicepresidente e assessore al welfare

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Pubblicato il 04/04/2017 — ultima modifica 04/04/2017
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