venerdì 20.01.2017
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Tra valori e nuove visioni, ecco gli obiettivi del Piano socio-sanitario

Stiamo lavorando alacremente alla scrittura del nuovo Piano socio-sanitario. E' stato pensato per andare incontro ai vecchi e ai nuovi bisogni dei cittadini che la Regione si appresta a varare per il prossimo triennio. Tiene conto, quindi, dei mutamenti socio-demografici e delle emergenze che si sono manifestati negli ultimi anni e dei fenomeni che si sono acuiti a causa della crisi economica, della precarietà lavorativa e delle condizioni di vita. Senza dimenticare le necessità legate all'invecchiamento della popolazione e all'arrivo di nuovi cittadini migranti che mutano la composizione demografica regionale: già oggi in Emilia-Romagna quasi un bambino su tre nasce da madre straniera. Nello stesso tempo dobbiamo tenere presente che aumentano i nuclei monogenitoriali, per lo più composti da donne sole con figli minorenni. Si tratta, quindi, di bisogni molto eterogenei a cui occorre rispondere con strumenti altrettanto flessibili e specifici per ciascuna realtà. 

Il punto cruciale su cui ruotano gran parte delle necessità di welfare nella nostra regione è il lavoro di cura, che grava su gran parte dei cittadini: oltre il 40 per cento della popolazione adulta si prende cura di bambini, disabili, malati, anziani non autosufficienti. Tra le persone impegnate nell'accudimento di familiari bisognosi ci sono spesso giovani e giovanissimi. E sono preoccupanti, nella fascia tra i 15 e i 29 anni, i tassi relativi agli abbandoni scolastici precoci e alla disoccupazione.

Per capire tutto ciò ci siamo avvalsi di una metodologia partecipativa nella quale sono state coinvolte le diverse aree della regione. Sono stati ascoltati tutti gli attori del settore socio-sanitario provenienti dalle istituzioni e, soprattutto, dal mondo del mondo del Terzo Settore, del volontariato, dell’associazionismo, delle imprese sociali, del sistema dei servizi, dei lavoratori. E' stato un percorso a più voci e il risultato è scaturito dalla molteplicità delle osservazioni, delle idee e dei suggerimenti. Un livello di partecipazione che mi ha quasi stupito, proprio per l’entusiasmo che ho intravisto tra le pieghe delle proposte fatte e per la passione che trapelava dai focus group che sono stati organizzati.

L’obiettivo del Piano, che sarà uno strumento snello e un po’ più leggero della scorsa edizione, è quello di consolidare ciò che di positivo da sempre ci contraddistingue e, dall’altro lato, di proporre una visione nuova basata su tre grandi assi:

  1. i modelli organizzativi dei nostri servizi, gli orari di utilizzo, gli spazi a disposizione (un disabile smette di essere tale dopo le 5 del pomeriggio?);
  2. sulla lotta contro l’esclusione e la povertà con strumenti nuovi e non sperimentati in passato (è possibile ridare dignità e fiducia a famiglie, persone sole e minori dando loro un aiuto economico in cambio di uno specifico patto per il reinserimento lavorativo o formativo?);
  3. su un utilizzo corretto e più equo delle risorse e dei servizi pubblici (i nostri servizi, le case popolari, gli asili, i trasferimenti monetari vanno veramente a chi ne ha più bisogno?).

Questa è la nostra visione e la nostra scommessa, che cercheremo di tradurre in azioni concrete dentro al Piano, insieme ai colleghi della Sanità.  Il ruolo del "sistema pubblico" poi viene fortemente sottolineato e valorizzato. Non può esistere welfare senza istituzioni pubbliche che investano, controllino e facciano da garante di livelli di protezione dignitosi il più possibile universalistici. Nello stesso tempo, la partecipazione attiva del Terzo Settore sia in fase di (co)progettazione, sia in fase di gestione ed erogazione delle prestazioni da sempre è un nostro valore.

Come agire, dunque? Occorre superare i confini dei target tradizionali, non più realistici né funzionali, e sostenere una visione trasversale alle aree di intervento, uno sguardo comune e integrato nella progettazione e nella gestione degli interventi, che pure rispetti specificità e differenze. Politiche per la salute, per l’agio e il benessere sociale, per la casa, per il lavoro, per l’inclusione, vanno pensate e attuate come tasselli di una politica globale per i diritti di cittadinanza.

Tra le priorità, di cui ci sarà ancora modo di parlare, c'è in primo luogo l'attuazione di politiche per la domiciliarità e la prossimità. Ciò significa l'attivazione di percorsi e servizi per far rimanere le persone nell’ambiente originario di vita, se lo desiderano: non solo la casa ma il contesto quotidiano fatto di spazi, di tempi, di relazioni e di conoscenze, che hanno senso per loro.

Tantissime sono state le richieste da parte degli operatori e dei partecipanti ai nostri incontri di risposte precise alla solitudine delle persone, a percorsi di vita faticosi e spesso gestiti “in proprio” senza l’aiuto di una comunità e senza alleati. Viene invocata più “umanità” nella gestione dei servizi e nelle relazioni di cura, a testimonianza di quanta sofferenza ci sia nelle esperienze di tanti nostri cittadini.

Un documento di pianificazione non può certo dare tutte le risposte, e soprattutto offrire la certezza che le proposte scritte vengano tutte concretamente attuate. Ma può mettere in fila le cose, costruire una gerarchia precisa tra le priorità e delineare il quadro di insieme entro cui i Comuni e le associazioni possono ritrovarsi e orientare la propria azione.

Da qui all’approvazione del Piano continueremo a fare incontri, ad ascoltare proposte e suggerimenti con la speranza che la sintesi che proporremo sia all’altezza non solo di chi ha contribuito al documento ma soprattutto di chi dovrà da quel documento avere un beneficio concreto.

Elisabetta Gualmini

Vicepresidente e assessore al Welfare

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Pubblicato il 27/09/2016 — ultima modifica 27/09/2016
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