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Un pomeriggio alla Dozza: la pena come riabilitazione

Dietro alle mura del carcere non si sconta solo la pena, ma ci si prepara per un futuro migliore. Sì, perché oltre a studiare, si può anche imparare un mestiere e lavorare a tempo pieno. La recente visita al carcere della Dozza di Bologna (il video dell'evento) mi ha permesso di toccare con mano questa realtà e constatare che anche all’interno di un penitenziario si può fare impresa. Esiste, infatti, una vera e propria officina metalmeccanica dove lavorano tra i 10 e i 15 operai. Vengono selezionati sulla base della loro posizione giuridica (devono scontare pene non brevi) e sulla base del comportamento tenuto in carcere. Poi partecipano a un corso di formazione e sono ulteriormente valutati. Quando vengono ammessi al lavoro, l’assunzione avviene con il regolare contratto di categoria e l’adeguato stipendio. Spesso accade che operai dietro le sbarre mantengano con il loro lavoro la famiglia che vive fuori.

Il lavoro viene commissionato da alcuni colossi locali del settore come GD, Ima, Marchesini Group. Il settore di produzione è quello del packaging. L’età media dei lavoratori è bassa; i loro tutor sono invece operai specializzati in pensione che svolgono volontariato all’interno della Dozza e insegnano ai giovani il mestiere.

Una volta usciti, quasi tutti gli operai vengono assunti nelle aziende per le quali hanno lavorato in carcere. Sono già un centinaio gli ex detenuti che hanno trovato occupazione nelle aziende metalmeccaniche del nostro territorio: a dimostrazione che il carcere riesce ad avere anche un compito riabilitativo e non solo punitivo.

Anche le donne hanno un’opportunità lavorativa con il laboratorio di sartoria gestito dalla cooperativa Siamo Qua, dove tre o quattro detenute per volta realizzano borse in stoffa che vengono vendute all’esterno. Ikea commissiona loro molti lavori fornendo stoffe multicolori per realizzare cuscini e accessori in tessuto per la casa. Anche le detenute vengono assunte a tempo indeterminato, al secondo livello, e hanno come tutor operatrici volontarie in pensione.

Una testimonianza, questa della Dozza, di come pur in una situazione difficile nel sistema penitenziario nazionale e regionale, in Emilia Romagna da anni si è avviato un alto proficuo livello di collaborazione tra Regione, Amministrazione Penitenziaria, Enti Locali, perché siamo convinti che sia l’unica strada possibile per renderlo effettivamente un luogo di rieducazione e reinserimento sociale così come previsto dall’Ordinamento Penitenziario. Per non parlare dell’attività, molto intensa, di volontariato svolta da numerose associazioni dentro al carcere e riconosciuta in vari protocolli regionali.

Nel carcere della Dozza vivono 700 detenuti e una sessantina di detenute, centinaia di operatori penitenziari ed educatori. Non è più un carcere sovraffollato – si era arrivati a 1200 presenze - ; nelle celle stanno al massimo due detenuti, è possibile telefonare e ricevere visite dai famigliari e dai figli, da poco anche dal proprio cane di cui si patisce la lontananza. Per i bambini c’è un parco giochi nelle aree verdi dove incontrare il genitore detenuto in un clima rilassato e di normalità.

Anche negli altri carcere della regione l'indice di sovraffollamento è calato rapidamente negli ultimi anni: oggi l’Emilia-Romagna ha un indice di sovraffollamento del 103 % - circa la media europea - contro il 108 % della media nazionale.

La Dozza è una babilonia di lingue, di culture e di competenze. Circa il 60% dei detenuti è costituito cittadini stranieri - un po’ meno tra le donne - soprattutto magrebini, pakistani e cittadini sudamericani o provenienti dall’Europa dell’est. Si contano ben 54 nazionalità tra i presenti e non è semplice offrire a tutti occasioni di studio o di lavoro ai fini della riabilitazione sociale e del successivo inserimento.

Tuttavia alla Dozza si studia, a tutti i livelli scolastici: dalle elementari all’università. In questo momento ci sono 34 detenuti iscritti all’Alma Mater, che ricevono in carcere i docenti e le commissioni esaminatrici per sostenere gli esami. Io stessa mi sono recata diverse volte in carcere, in qualità di docente, per far sostenere l’esame a studenti iscritti al mio corso. La Dozza è infatti anche un polo universitario, con corsi di Giurisprudenza, Scienze Politiche, Agraria e Medicina Veterinaria, Lettere, Scienze Naturali.

Oltre agli interventi miranti al reinserimento lavorativo vi sono altri due macro-interventi (lo sportello informativo e il miglioramento delle condizioni di vita in carcere), per i quali l’Assessorato regionale alle Politiche Sociali ha investito anche lo scorso anno 550.000 euro, non solo per la Dozza ma per i 12 istituti penitenziari della nostra regione.

Garantire condizioni dignitose per i detenuti è uno dei compiti delle società democratiche e civili; la pena non può essere solo punizione, deve anche essere riabilitazione. In Italia c’è ancora moltissimo da fare e anche in Emilia Romagna le condizioni interne ad alcuni carceri potrebbero essere di gran lunga migliori; ma non c’è dubbio che la Dozza - grazie agli sforzi disinteressati e appassionati di molti soggetti pubblici e privati - è un esempio da cui partire.

Elisabetta Gualmini

Vicepresidente e assessore al Welfare

 

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Pubblicato il 11/07/2016 — ultima modifica 11/07/2016
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