Al cuore del volontariato. La cultura della partecipazione e del bene comune

24 settembre 2011 – Gli interventi di Emanuele Rossi e Giovanni Moro sulle nuove sfide del volontariato in occasione dell’incontro di Fidenza

Fidenza, 24settembre 2011 – Un volontariato che vuole essere riconosciuto come interlocutore prioritario, che vuole partecipare alla definizione degli scenari in cui dovrà agire nei prossimi anni, ma che per farlo ha bisogno di essere rappresentato efficacemente e di poter parlare con voce autorevole, forte e indipendente.  Intorno a questi temi si sono confrontati a Fidenza i rappresentanti del volontariato delle province di Parma e Piacenza. La discussione è stata arricchita dai contributi di due esperti provenienti dal mondo accademico, chiamati a una riflessione sulle problematiche della riconoscimento e della rappresentanza. Si tratta di Emanuele Rossi, professore di Diritto costituzionale e membro dell'Agenzia per il Terzo Settore (ex Agenzia per le Onlus), e Giovanni Moro, docente di sociologia dei fenomeni politici e presidente di Fondaca – Fondazione per la cittadinanza attiva.

Emanuele Rossi ha iniziato il suo intervento partendo da un’analisi del contesto attuale: “La partecipazione presuppone che il volontariato non si limiti a erogare servizi, ma che contribuisca anche a individuare le politiche pubbliche necessarie”, ha sottolineato Rossi. “In questa situazione economica però il volontariato sarà sempre più soggetto a una spinta contrapposta micidiale: da un lato la riduzione delle risorse per i servizi pubblici e dall’altro l’aumento della povertà. Il volontariato si ritrova così sempre più schiacciato nel suo ruolo di dare una risposta ai bisogni. Dobbiamo ragionare sugli strumenti che occorrono per non eludere la domanda ma anche per non tradire del tutto il ruolo di advocacy, di sentinella dei bisogni, in grado anche di proporre soluzioni”.

Ma secondo Rossi bisogna mettere in discussione anche altri processi: “A cosa si deve partecipare? A tutte le politiche pubbliche, non solo quelle socio-sanitarie”. Ci infatti sono associazioni che si occupano anche di turismo, ambiente, cultura, urbanistica, mobilità, scuola e tanti altri ambiti. “Perché il rapporto con il volontariato e il terzo settore deve essere esclusivamente dell’assessorato al Sociale? Occorre quindi una riorganizzazione delle forme della pubblica amministrazione. Il Terzo settore serve alle politiche pubbliche in generale e quindi la discussione va inserita in una diversa posizione istituzionale”.

“La partecipazione va effettuata lungo tutto il procedimento”, ha proseguito Rossi. “Spesso l’amministrazione ci chiama quando le carte sono già pronte e le decisioni sono già prese. Ma se dialogo ci deve essere, ci deve essere dall’inizio alla fine. Alle sorgenti delle decisioni e poi in itinere, lungo il percorso di progettazione, programmazione, realizzazione, valutazione degli esiti degli interventi, per essere poi in grado di riprogettare.

Emanuele Rossi ha poi fornito alcune indicazioni sulle modalità efficaci per garantire la partecipazione del volontariato. A partire da forme di informazione e comunicazione adeguate. “Dare convocazione per tempo degli appuntamenti in programma, permettere la preparazione, non solo ai rappresentanti ma anche ai rappresentati. Una comunicazione che oggi è molto più semplice con le nuove tecnologie. Inoltre la pubblica amministrazione per assicurare una responsabilità diffusa deve rendere pubblico cosa il terzo settore ha proposto, qual è stato il suo contributo: in questo modo si offre trasparenza e si dà conto del processo partecipativo”.

Infine, un’attenzione particolare deve riguardare l’esito di questo percorso: “La responsabilità pubblica della politica comporta, da parte di chi ha assunto il mandato, la decisione. Come si può rendere più forte il contributo della partecipazione del volontariato? Con l’obbligo di motivazione, propone Rossi. “Al termine del processo l’amministratore sceglie una strada e la motiva. Questo aumenta la sua responsabilità dell’amministrazione”.

Sono cinque quindi le criticità individuate da Rossi, a cui porre attenzione per garantire una partecipazione efficace al processo decisionale:

  1. La rappresentanza funziona se a scegliere i rappresentanti sono i rappresentati stessi e non l’interlocutore
  2. La rappresentanza del terzo settore deve essere unitaria o per famiglie? Perché ci sono settori diversi e il volontariato ha alcune specificità e valori che lo caratterizzano
  3. Rotazione. Dove si prevedono sedi di rappresentanza istituzionali bisogna garantire criteri di rotazione dei rappresentanti. Un ricambio necessario anche all’interno delle singole associazioni, per favorirne l’apertura
  4. Formazione. È fondamentale per coloro che partecipano a politiche pubbliche complicate, che richiedono risposte non semplificate, con sforzi progettuali
  5. Restituzione. Chi ha agito come rappresentante al termine del processo deve andare dai suoi rappresentati a dare conto di cos’è stato fatto, proposto, ottenuto. Deve rimanere legato a coloro da cui proviene attraverso un filo

“Si tratta di uno scenario complesso – ha concluso Emanuele Rossi –. Il rischio è quello di diventare dei professionisti del settore. Bisogna quindi porre attenzione nel mantenere l’identità del volontariato, quella di chi dedica parte del proprio tempo agli altri con spirito di libertà, autonomia, indipendenza. Per un volontariato che sappia dialogare con tutti ma che non vada a braccetto con nessuno”.

 

Giovanni Moro è poi intervenuto per esaminare il volontariato dal punto di vista dell’attivismo civico, “quel fenomeno che si innesca quando i cittadini iniziano ad occuparsi di interessi pubblici”. Il presidente di Fondaca è partito dal concetto di riconoscimento: “È una relazione. E visto che nessuno esiste al di fuori delle relazioni, per costruirla bisogna essere in due: da un lato le associazioni dell’altro i loro interlocutori”.

In questa relazione il rischio per il volontariato è di restare sul piano della valorizzazione: “Un concetto esclusivamente strumentale, che deriva dalla domanda: a che cosa mi servi? Perchè vali finché servi”. Occorre dunque fare salto di qualità verso il riconoscimento. “È la stessa Costituzione a riconoscere il principio di intervento dei cittadini nella vita pubblica e indicando come rilevanti le attività di interesse generale”.

“La partecipazione è dunque realizzata da quelle azioni promosse insieme per condividere benefici e rischi e per fare qualcosa che da soli non si riuscirebbe a fare. Spesso però si finiscono per realizzare rapporti di subalternità, non di parità nella gestione dei servizi”. Nel raggiungimento del riconoscimento bisogna quindi porre attenzione in primo luogo alla coproduzione dei servizi: “I beneficiari devono partecipare alla loro definizione”, ha spiegato Moro. “Ci sono tante esperienze positive nel Paese in questo senso, ma spesso accade che qualcuno progetta e qualcuno esegue. Così il riconoscimento è molto più dichiarato che veramente praticato. Uno degli effetti è che si perdono competenze fondamentali”.

Secondo aspetto, l’autenticità di questo fenomeno. “La partecipazione dei cittadini rischia di limitarsi a un programma dell’amministrazione: l’inclusione. Ma in che cosa? In procedimenti amministrativi. Invece la partecipazione che viene dall’iniziativa autonoma dei cittadini riguarda la società. Ciò non toglie che se i processi avvengono davvero si hanno dei risultati concreti positivi”.

Il tema della rappresentanza, infine, è molto complesso: “Le amministrazioni lo usano per selezionare chi viene invitato a un tavolo. Ma come funziona davvero questa selezione? Bisogna che i criteri siano trasparenti, pubblici. Altrimenti i forti diventano più forti e i deboli diventano più deboli. Associazioni più periferiche, più giovani o più piccole finiscono per restare nell’ombra, anche se avrebbero pari dignità”.

Il cuore del problema della rappresentanza, secondo Moro è quello del chi e che cosa viene rappresentato dalle associazioni dei cittadini. C’è sempre qualcuno che rischia di rimanere escluso. Per nome di chi parla e per conto di chi agisce? Un’associazione dei diritti di una certa categoria, per esempio, può stipulare accordi con la pubblica amministrazione e non agisce solo per conto dei suoi soci ma a nome di tutti gli appartenenti a quella categoria. “È importante evitare la semplificazione di questa situazione complessa e nello stesso tempo evitare burocratizzazione e corporativizzazione. Siamo di fronte a un mondo – ha concluso Moro - che deve essere riprogettato. Dal mondo volontariato ci deve essere l’impegno a contribuire a questo progetto”.

28/09/2011 < archiviato sotto: >
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