Maria Cecilia Guerra
Sottosegretario Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali
Dobbiamo affrontare innanzitutto un problema culturale, a partire dal vocabolario: le Politiche sociali nelle leggi sul federalismo sono chiamate “assistenza”. Anche il termine “bisogno” rimanda alle necessità dell’escluso, dell’emarginato. Sarebbe più corretto parlare di “domanda”. Dobbiamo conquistare una visione più ampia di quella evocata da termini come “bisogno” e “assistenza”.
Anche parlare di “lavoro di cura” tanti non capiscono cosa voglia dire, si pensa alla sanità, mentre implica considerare un individuo nella sua interezza. Vuol dire mettere l’individuo al centro, la persona che lavora, si veste, mangia, ha figli, genitori.
“Sussidiarietà” è un termine ombrello, che spesso porta a far sì che non si sappia più di chi ha la responsabilità, nasconde una ritirata, un arretramento. I finti amici sono quelli che dicono “non ci sono più i soldi? c’è la sussidiarietà”. Non accetto che non ci siano più soldi. Dobbiamo riprendere il discorso dei livelli essenziali delle prestazioni, che sono rimasti fermi, e riguardano i diritti di cittadinanza, che vanno difesi ma sono anche una responsabilità.
Il Terzo settore richiede risorse, ma ne sviluppa anche: è l’unico in cui la domanda cresce. È un settore d’investimento. Occorre organizzarsi per farsi sentire. La buona pratica deve essere messa in rete per essere valorizzata, come risposta arrivata a una domanda, una risposta che può essere ‘esportata’. Occorre fare rete. La frammentazione è una pecca, favorita ad esempio dal 5permille.
Sulla non autosufficienza, la spesa come indennità di accompagnamento, che è un diritto soggettivo, ha una dinamica esplosiva. Per i falsi invalidi – come sosteneva qualcuno venuto prima di me – o per l’invecchiamento della popolazione e la carenza di altre risposte, che generano risposte inadeguate come a volte i ricoveri ospedalieri?
