Vasco Errani
Presidente Regione Emilia-Romagna
Siamo arrivati ad una crisi irreversibile di un modello culturale che ha dominato il mondo. In Italia non ne siamo più di tanto consapevoli, occorre innanzitutto criticare tutti i luoghi comuni in cui ci siamo immersi. È un problema culturale prima che economico: manca una sintesi culturale prima ancora che le risorse. Noi dobbiamo iniziare a fare anche sul piano nazionale questa riflessione, questa battaglia culturale.
Negli ultimi tre anni sono stai compiuti tagli significativi su istruzione, sanità, welfare, giustizia e sicurezza. La spesa pubblica complessiva è aumentata invece del 20%. Il primo compito del Governo è dunque metterci in condizioni di fare un’operazione verità: dove stiamo spendendo quelle risorse? Non mi sta più bene dire “non ci sono risorse pubbliche”, le stiamo spendendo male e non si sa bene dove, questo è il problema.
Si è scelta la linea più semplice: tagliare là dove ci sono meccanismi che consentono di farlo. Ma se questo Paese non cambia radicalmente non risolverà mai i problemi. Non mi interessa neanche, adesso, valutare i diversi livelli istituzionali. In questi ultimi 20 anni si è affermata un’idea secondo la quale il servizio pubblico è un costo e il servizio pubblico deve avere funzioni sempre più residuali, tant’è che l’innovazione del welfare sono gli assegni, i voucher, la dazione diretta al cittadini smontando progressivamente la progettazione di una risposta sociale. Questa idea ha prodotto un corto circuito drammatico in questo Paese.
Sussidiarietà non è che il pubblico gestisce quello che non ha valore aggiunto e il privato quello che ce l’ha. Questa afferma un’idea di profitto e a me nel welfare non va bene. Su questo punto dobbiamo chiarirci. Io sono per un sistema integrato, dove al pubblico spetta l’organizzazione della domanda e la selezione (perché non copriremo mai tutta la domanda), in chiave di appropriatezza, sulla base di una relazione partecipata dei soggetti.
C’è il tema dell’equità. L’Isee ha in sé elementi di iniquità, dobbiamo trovare nuovi elementi. Abbiamo 130 miliardi di evasione dice la Banca d’Italia: te lo credo che non abbiamo le risorse. Bisogna fare un Patto sociale per affermare che la comunità è il fattore fondamentale e ci devono stare tutti. Welfare non è finanziamento del bisogno, ma è un elemento di valore per la capacità della comunità di soddisfare il bisogno di benessere delle persone.
A noi interessa discutere col Governo su come possiamo essere utili a produrre più equità e più crescita. Ad esempio: sulla non autosufficienza, vogliamo fare qualcosa di nuovo? Se diciamo ‘Non ci sono i soldi, arrangiatevi” salta l’idea di welfare. Ci vuole politica. Un’idea di Paese. In una fase di transizione non si fa niente se non si dice ‘vogliamo andare là’. Parliamo di taxisti, farmacisti, ma se vogliamo spiegare ai più deboli che devono mettere in discussione le loro rendite di posizione bisognerà partire dai punti strategici, dall’energia, dalla benzina, dall’Eni che tra l’altro è del Tesoro.
Anche in Emilia-Romagna dobbiamo fare più presto e meglio, accelerare il processo di cambiamento. Sull’accreditamento c’è qualcosa da cambiare? Va bene, ma non accetterò mai che il sistema integrato si possa costruire a scapito della qualità. Indietro non si torna. Facciamo una nuova legge sulla cooperazione sociale, ma nel frattempo occorre che i soggetti della cooperazione trovino le masse critiche necessarie per fare innovazione, l’economia sociale è economia. Con imprese e sindacati discutiamo di inserire tra le forme di salario integrativo nuovi servizi, per le donne come per gli immigrati, ma orizzontali e integrati, altrimenti rischiamo di produrre ancora più ingiustizie.
