I mutamenti familiari e la vulnerabilità

La lettura delle trasformazioni demografiche e dei riflessi in termini di organizzazione sociale avviene anche attraverso il modo in cui gli individui formano e trasformano le famiglie. La famiglia è infatti una delle principali formazioni sociali attraverso la quale si trasmettono e si rinforzano le norme del vivere in comunità e si sviluppa capitale sociale.

I rapidi mutamenti in atto nella composizione delle famiglie richiedono di interrogarsi sulle modalità con cui sostenere il loro benessere e le relazioni che esse instaurano al loro interno e nel proprio contesto sociale, considerando le risorse che esso esprime e porta con sé, dando valore alle disponibilità individuali e familiari che possono supportare i carichi di cura e favorire i processi inclusivi di quei genitori o nuclei che sono esposti a maggiore vulnerabilità. Necessitano anche di sguardi positivi sulle potenzialità dei genitori e sulle responsabilità genitoriali anche attraverso nuove forme di promozione e affiancamento.

La struttura della famiglia in Emilia-Romagna

La struttura della famiglia, che riveste una funzione centrale all’interno del sistema di welfare, è stata inte­ressata da mutamenti importanti negli ultimi venti anni.

La dimensione media delle famiglie si è ridotta pro­gressivamente, passando da 2,41 componenti nel 2001 a 2,25 nel 2011, e si stima possa ridursi ulterior­mente fino 2,14 componenti per famiglia al 2020.

Aumentano le famiglie unipersonali, che rappre­sentano oltre un terzo del totale e l’aumento riguarda sia gli italiani sia gli stranieri: per i primi si tratta prin­cipalmente di persone anziane, per i secondi si trat­ta soprattutto di giovani adulti. Complessivamen­te le famiglie composte da uno o due componenti rappresentano quasi i due terzi del totale, mentre si assiste ad una lenta e tendenziale riduzione delle coppie con figli che si accompagna alla diminuzione prevista dei nati, soprattutto da coppie italiane.

La riduzione della dimensione delle famiglie unita­mente agli effetti della crescente mobilità delle per­sone, che le porta a vivere più o meno lontano dai luoghi di nascita e di discendenza, e delle mutazioni nella struttura per età e provenienza della popola­zione regionale, convergono verso un accorciamen­to e uno sfilacciamento delle reti familiari in senso più ampio. Oltre un quinto delle famiglie regionali vede la presenza di una persona di 75 anni e oltre (1/4 tra le famiglie di italiani), anche se più della metà degli anziani vive solo. Meno dell’8% delle fa­miglie italiane e il 22,6% delle famiglie straniere ve­dono la presenza di minori in età prescolare.

Per quanto riguarda il fenomeno della monogenito­rialità, dall’ultimo censimento emerge come in Emi­lia-Romagna siano residenti oltre 82.100 nuclei fami­liari monogenitore con almeno un figlio minorenne. Di questi, circa 70.550 sono composti da madri sole con bambini e ragazzi. Questo dato, pari al 5,7% del totale dei nuclei familiari, risulta in crescita rispetto a quello del censimento del 2001, quando si attesta­va sul 3,7%.

L’aumento dei nuclei familiari monogenitore avve­nuto negli ultimi decenni è in parte spiegato dalla crescente instabilità coniugale, confermata dal trend in aumento delle separazioni registrate in Emilia-Ro­magna, passate da circa 405 separazioni nel 2007 a oltre 515 nel 2014 ogni 1.000 matrimoni.

La sezione Famiglie di E-R Statistica

La sezione Redditi e consumi di E-R Statistica

Le difficoltà nell’esercizio della genitorialità

Tra le principali difficoltà nell’esercizio della genitorialità vi sono le fasi di transizione legate all’eventuale insorgere di crisi della coppia, separazione/divorzio, perdita del lavoro, problematiche legate all’adolescenza dei figli, dif­ficoltà economica, il carico assistenziale del nucleo famigliare nelle situazioni di disabilità o patologie dei figli un impegno sempre più elevato nei compiti di cura, che si riversa particolarmente sulle donne. L’essere stranieri, condizione spesso con scarse reti di supporto sociali e familiari, fa emergere situazioni di rischio di isolamento sociale e di deprivazione sia del nucleo familiare che dei figli anche se nati in Italia. Vi sono inoltre alcune forme di genitorialità che richiedono un’attenzione specifica, come l’essere famiglia affidataria e adottiva.

Il tema della vulnerabilità familiare richiama inoltre il fenomeno della negligenza e trascuratezza più o meno grave che può generare una carenza significativa o assenze di risposte adeguate allo sviluppo di un bambino. È riconosciuto scientificamente che all’origine della negligenza vi è una disfunzionalità nelle relazioni tra genitori e figli (o tra chi svolge le funzioni genitoriali) e scarse o problematiche relazioni tra le famiglie ed il mondo relazionale esterno. Occorre pertanto agire su entrambi i fronti per poter ottenere risultati tangibili di cambiamento.

Le famiglie e le relazioni che in esse si instaurano, sono l’elemento determinante nella crescita dei bam­bini soprattutto nei primi anni di vita ed è proprio in rapporto a quello che le famiglie sono o non sono in grado di dare che si strutturano in fasi molto precoci diseguaglianze di competenze fondamentali. In­terventi precoci in epoca prenatale e post natale di sostegno ai genitori hanno dimostrato di riuscire ad influenzare gli itinerari di sviluppo dei bambini e delle bambine con esiti anche a distanza di anni (studi longitudinali di oltre 20 anni) di riduzione delle diseguaglianze.

Combattere lo svantaggio socioculturale nei primi anni di vita è una misura fondamentale per ridurre la povertà e l’esclusione sociale. Ciò è possibi­le attraverso strategie integrate di sostegno ai neogenitori, nell’accesso al mercato del lavoro, di sostegno al reddito e nell’accesso ai servizi essenziali per la salute e lo sviluppo dei bambini, quali nidi e scuole per l’infanzia, servizi sociali e sanitari, abitazione e ambiente.

Famiglie che vivo­no in condizioni di povertà (fonte: E-R Statistica)

Negli ultimi anni si è assistito ad un aumento della povertà dei minori e delle loro famiglie, si tratta di po­vertà economica, ma anche educativa e relazionale.

Nel 2017, le famiglie residenti in Emilia-Romagna hanno percepito un reddito netto pari in media a oltre 35mila euro all’anno, poco più di 2.900 euro al mese. È uno tra i valori più alti registrati in Italia, di poco superiore al reddito annuo mediamente percepito dalle famiglie residenti nel Nord-est, mentre supera di oltre 4.500 euro annui quello del totale delle famiglie italiane.

È quanto emerge dai dati dell’Indagine Eu-silc, anno 2017, diffusi dall’Istat a dicembre 2018. L’indagine, concordata in sede europea, è finalizzata a fornire informazioni attendibili, comparabili e tempestive sulle condizioni economiche e sulle condizioni di vita delle famiglie in tutti i paesi membri dell’Unione.

Con riferimento al 2017, il 10,5% delle persone residenti in Emilia-Romagna vive in famiglie a rischio di povertà reddituale, il 5,9% si trova in condizioni di grave deprivazione materiale e il 6,5% vive in famiglie a intensità di lavoro molto bassa. L’Emilia-Romagna è fra le regioni italiane che fa registrare i più bassi valori degli indicatori, a conferma di un primato che il perdurare della crisi economica a livello nazionale è riuscito solo in minima parte a scalfire.

Ben peggiore è la situazione a livello nazionale. In Italia, risulta a rischio di povertà più di un individuo su 5 (20,3%), più di un individuo su 10 (10,1%) sperimenta una situazione di grave deprivazione materiale e l’11,8% degli individui vive in famiglie a intensità di lavoro molto bassa. Il dato nazionale è la risultante di situazioni molto differenziate sul territorio, dove si riscontrano le tradizionali divergenze tra il Nord e il Sud del Paese.

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pubblicato il 2019/02/15 09:51:00 GMT+1 ultima modifica 2019-02-15T14:15:48+01:00

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