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Rete regionale dei Centri interculturali

Seconde generazioni: per una critica dei confini culturali

Seconde a chi? Perché chiamarle "seconde generazioni" in riferimento all'esperienza migratoria quando sono giovani che non hanno varcato confini, salvo utilizzare il confine culturale dei genitori in quanto migranti? Non sarà proprio la definizione il problema da cui partire? "Straniero", "nativo", "autoctono": proviamo ad applicare una delle seguenti definizioni ad un figlio di immigrati nato in Italia o in qualsiasi paese europeo. È nativo perché è nato in occidente, si sente straniero rispetto al Paese d’origine del genitore. È autoctono nella misura in cui sceglie, come tutti, di "appartenere" al territorio in cui vive.

Consideriamo il caso di una ragazza di origine straniera che frequenta le scuole in un comune italiano e che non abbia mai passato un giorno sui banchi di scuola dove ha studiato il genitore, nel paese di origine. Come ogni altro studente avrà studiato Dante Alighieri, Voltaire, la Rivoluzione Francese, il Risorgimento e molto altro ancora della storia italiana ed europea. Al termine del proprio percorso scolastico, se dopo la maturità o la laurea si ritrovasse definita "immigrata di seconda generazione", in questo caso il termine "migrazione" non verrebbe utilizzato per descrivere lo spostamento di una persona da un territorio all’altro o da uno stato all’altro, ma applicato a chi lo spostamento non lo ha vissuto. In poche parole, saremmo di fronte alla creazione di una nuova categoria di cittadini.

Il Centro Interculturale Mondinsieme (Reggio Emilia) si rifiuta di utilizzare un simile appellativo, per una serie di motivi e di riflessioni che ha maturato negli anni grazie al lavoro di confronto educativo avvenuto con giovani e docenti tra i banchi di scuola.

Perché, dunque, proiettare su questi giovani l’eredità sociale, culturale e religiosa dei loro genitori immigrati quando essi sono nati e cresciuti in Italia? ​

​Si tratta di giovani con cui le istituzioni scolastiche condividono valori storici, morali, culturali e politici italiani’ ed ‘europei, che creano un senso di appartenenza e di continuità valoriale. Tuttavia, si ritrovano poi destinatari di un trattamento eguale ai loro genitori migranti, non ai loro coetanei con cui sono cresciuti e hanno studiato. Da qui nasce l'esigenza, sempre più sentita dai giovani con background migratorio, di riflettere insieme, di confrontarsi e di provare a produrre un documento in cui istituzioni, cittadini e società civile tutta possano comprendere il loro status, ciò che provano e vivono tutti i giorni: il Manifesto delle Seconde Generazioni.

Tutto è nato da un invito pubblico ministeriale lanciato nel 2014, quando il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali - Direzione Generale dell'immigrazione e delle politiche di integrazione, attraverso il Portale Integrazione Migranti, ha lanciato un appello pubblico che ha dato il via all’iniziativa Filo diretto con le seconde generazioni. All'iniziativa hanno partecipato oltre trenta associazioni di giovani di seconda generazione attive su tutto il territorio nazionale. Obiettivo principale dell'iniziativa era quello di approfondire la conoscenza di tali realtà associative e delle loro istanze, e di sviluppare uno spazio comune di confronto e collaborazione. Grazie a un lavoro di progettazione condiviso, svolto durante incontri a Roma e attraverso una community attivata sulla piattaforma Innovatori PA, le associazioni hanno raccolto analisi, bisogni ed esperienze. Il risultato che ne è scaturito è stato l'elaborazione di un documento, con proposte di intervento rivolte a tutti gli stakeholder della società italiana: la bozza di un manifesto che per la prima volta, in modo partecipativo e in rete, poneva al centro il tema delle seconde generazioni a livello istituzionale e nazionale.

Il Manifesto delle Seconde Generazioni si articola in quattro sezioni, dedicate a quattro temi: lavoro, scuola, cultura e sport, partecipazione e cittadinanza attiva. Ogni sezione contiene indicazioni e pratiche adattabili alle diverse realtà territoriali e alle esigenze specifiche dei destinatari. Pur consapevoli dell’ampiezza del dibattito sull'etichetta “seconde generazioni”, è stata scelta questa definizione per via della sua ampia diffusione e riconoscibilità.

Il Manifesto, inoltre, non affronta in modo centrale il tema dell'acquisizione della cittadinanza: si tratta di una decisione condivisa fra tutte le associazioni partecipanti, poiché l'acquisizione della cittadinanza italiana è certo un passaggio fondamentale, prioritario, ma non definitivo nel processo identitario di un giovane con un background migratorio. Quando anche si diventasse cittadini italiani, infatti, si continuerebbe ad esser percepiti come seconda generazione di immigrati.

Ecco perché occorre apportare un cambiamento culturale, affinché l'idea che si possa essere italiani con una cultura d'origine e anche una religione differente entri a far parte dell'immaginario comune.

Marwa Mahmoud - Mondinsieme

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Pubblicato il 28/07/2016 — ultima modifica 29/07/2016
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