martedì 24.04.2018
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Rete regionale dei Centri interculturali

Con le parole dei bambini

Si è svolta nei mesi scorsi in tutta Italia la giornata della Lingua Madre, un appuntamento che ha l’obiettivo di promuovere la diversità linguistica e culturale ed il multilinguismo nella convinzione che una cultura della pace possa fiorire solo dove ognuno può comunicare liberamente nella propria lingua.

In quella giornata, l’associazione Arcobaleno ha chiesto agli studenti della scuola di lingua italiana di portare in classe poesie scritte da autori connazionali da leggere e tradurre a tutta la classe.

Ecco due testimonianze della giornata, la prima di un'insegnante, la seconda di una studentessa.

“Avevo il sospetto che si sarebbe rivelato qualcosa di emozionante, ma non potevo certo aspettarmi ciò che poi da tale esperienza è effettivamente risultato - scrive Diletta, insegnante di un corso di lingua italiana - le donne, le splendide e coraggiose donne del mio corso, per lo più tutte provenienti dall’Ucraina, mi hanno fatta sognare leggendo brani (da notare: con perfetta traduzione italiana scrupolosamente preparata da loro a casa) tratti dai più grandi, tra cui romanzi e poesie di Pushkin; hanno cantato dal vivo in classe, con nobile capacità d’improvvisazione alcune tra le più belle canzoni d’amore della loro cultura e tradizione.

“C’è stato anche chi - continua Diletta - come Liudmila, ha presentato un testo autografo, vibrante di pathos, dedicato alla sua città. Leggendolo, e soprattutto ascoltandolo enunciato dalla sua voce a tratti rotta all’emozione, è stato impossibile non venire travolti dal dramma interiore di chi è costretto a capire da lontano, attraverso i canali mediatici, che la propria città, le proprie radici, stanno lentamente scomparendo, morendo”.

 

Il testo di Liudmila: La città fantasma

La mia città sta morendo. Sono lontana, a distanza di migliaia di chilometri, ma lo capisco. Ogni sera apro il mio computer, leggo le notizie in Internet, parlo con gli amici che sono rimasti lì e sprofondo nella realtà che mi fa molto male. La città della mia gioventù, dove sono nati i miei due figli, dove sono le tombe dei miei genitori si chiama Donetsk. Lì vivono minatori, operai, studenti, musicisti e artisti.  Qualche mese fa era una megalopoli (più di un milione di abitanti) che faceva la vita di qualsiasi città del mondo. La sua gente lavorava, studiava, si innamorava, si sposava, faceva figli. Nel giro di alcune settimane è cambiato tutto. La città si è trasformata in soggetto di lotta, tra russi e gli ucraini. Giorno e notte la città trema per le esplosioni dei proiettili. I missili distruggono le case, gli ospedali, le fabbriche. Per le vie della città si muovono carri armati, i camion che portano i militari, le armi, i cannoni, c’è poca gente in giro e nell’aria c’è molta paura. Dopo le otto di sera si vede poco la luce, la città si immerge nel buio. Donetsk piano piano diventa una città fantasma.

Stefano Rossini

Casa dell'Intercultura di Rimini

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Pubblicato il 28/09/2016 — ultima modifica 28/09/2016
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