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Rete regionale dei Centri interculturali

"Je suis razza umana" Tra nuove identità e tradizione

“Negli anni Novanta ero l’unica straniera in classe. Ero diversa per il colore della pelle, i capelli ricci, il nome e per come si vestiva mia madre. Non lo ero per la religione”. A parlare è una ragazza di poco più di vent’anni che cerca di capire che cosa sta succedendo qui a Modena, in Italia, a poco più di mille chilometri da Parigi, dove nel 2015 ci sono stati ben due attentati terroristici.

A riflettere come lei su quello che è cambiato sono in tanti: cittadini, giovani di seconda generazione, musulmani italiani e tutti coloro che hanno pensato che chiudersi non serva a nulla ma che per sconfiggere il terrore – e il terrorismo – si debba invece dialogare e conoscersi. E’ per questo che nel 2015 nasce “Je suis razza umana”, un ciclo di incontri di approfondimento e riflessione che Arci Modena, in collaborazione con il Comune di Modena, la Casa delle Culture e i Giovani Musulmani d’Italia (GMI), ha lanciato esattamente un mese dopo la strage terroristica nella redazione della rivista “Charlie Hebdo” e nel negozio kosher di Parigi.

Da quel momento sono stati sette gli incontri svolti, uniti ad un laboratorio per le giovani generazioni, dove grazie al contributo di docenti universitari come Luigi Guerra, Demetrio Giordani, Claudio Cernesi, Vittorio Iervese, don Paolo Boschini, giornalisti come Tahar Lamri e l’illustratrice Takoua Ben Mohamed, sociologi come Adel Jabbar e Samia Kouider ed educatori come Marwa Mahmoud e Francesco Maria Feltri, sono stati analizzati aspetti sempre diversi della crisi internazionale e del cambiamento che ha coinvolto la società: il rischio di islamofobia, il pregiudizio, la religione, la paura, il terrorismo, l’analisi storica e geopolitica, le barriere, l’allarme profughi, i morti in mare, il ruolo dell’informazione. Lungo la strada ci sono stati momenti di grande ironia con le vignette de “Il fumetto intercultura” di Takoua Ben Mohamed, dove la protagonista racconta cosa significa essere una giovane italiana musulmana velata e quali sono i pregiudizi che ogni giorno prova a superare con un sorriso, altri di grande dolore: come quando Samia Kouider ha parlato della tragica condizione delle donne costrette dall’Isis a combattere o a diventare vittime e schiave e il dover affrontare quasi in tempo reale l’orrore dell’attentato di Bruxelles.

Si è discusso su chi siano i giovani attentatori – è rimasta impressa la definizione data da Claudio Cernesi che ha parlato di “solitudine, rabbia e paura” –, delle responsabilità della comunità educante e del ruolo positivo che devono avere Imam e moschee, come sottolineato da Tahar Lamri. Che cosa si può fare?, viene da chiedersi. A rispondere sono sempre i giovani: “Parlare, discutere, capire e realizzare piccole azioni quotidiane per dare gambe ai nostri pensieri”. Fare parte di una resistenza, fatta di cultura e accoglienza.

 

Le parole del giornalista Tahar Lamri

"Ogni volta che un gruppo di criminali compie azioni terroristiche in Europa o colpisce da qualche parte qualche occidentale, le comunità musulmane immigrate vengono travolte sentendosi frastornate e smarrite. Sanno di essere la prima vittima di queste azioni criminali e vengono additate, velatamente o in modo palese come responsabili o addirittura partecipi e accusate di essere silenziose di fronte a questi eventi e di non "condannare abbastanza". Cercano allora di prendere le distanze, di condannare ma stranamente nessuno crede a loro. Di colpo ci si sente come nella frase di R. Musil "Da­vanti alla legge tutti i cittadini era­no uguali, non tutti però erano cit­tadini". Il punto quindi è che se si prosegue con questa polarizzazione: società sempre più impaurita dal “musulmano della porta accanto“ e monopolio dell'Islam da parte di moschee e alcune associazioni, senza alcuna possibilità di avere un islam alternativo alle moschee o alle associazioni “depositarie” della parola di Dio, assisteremo a una divaricazione sempre maggiore rispetto alla società. Divaricazione di cui le prime vittime sono i musulmani laici. E che rischia di spingere anche i più giovani verso un sentimento di esclusione dalla società. Devo dire che mi sento interrogato nel profondo da quello che sta accadendo e credo che tutti i musulmani dovrebbero esserlo, perché questi terroristi, che lo vogliamo o no, si definiscono musulmani e uccidono innocenti nel nome dell’Islam."

Info: www.casadelleculturedimodena.org - www.arcimodena.org

 

Lilya Hamadi - Casa delle culture di Modena

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Pubblicato il 28/07/2016 — ultima modifica 28/07/2016
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