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Musica senza frontiera

Mihretu Ghide, accompagnato dai Panacea, è stato un gradito ospite della X edizione del Festival delle Culture di Ravenna. Si è esibito sul palco dell'Almagià domenica 26 giugno scorso, come penultimo concerto della kermesse, davanti a un pubblico molto attento e rapito da sonorità inedite. Prima dello spettacolo siamo riusciti a fare due chiacchiere con Mihretu.

Chi siete? Chi è Panacea e chi è Mihretu?

«Il progetto “Mihretu Ghide & Panacea” è il risultato di un felice incontro tra Mihretu Ghide, cantautore eritreo e rifugiato politico in Italia da circa dieci anni, con Michele Longo e Casimiro Erario, musicisti salernitani fondatori del progetto Panacea attivo dal 1998».

 

Come vi siete incontrati?

«Nel 2007 sono arrivato a Salerno ospite del progetto Sprar e subito ho conosciuto Michele».

 

 Da chi è nata l'idea di unire le vostre realtà?

«Direi che è stata un’idea di entrambi. Per me è stato un’opportunità per coltivare la passione e lo studio della musica e per i Panacea nuova linfa per la ricerca. Non potevamo far altro che cominciare subito a lavorare insieme».

 

 Avete avuto delle difficoltà nelle relazioni tra di voi o vi siete capiti subito?

«No assolutamente no, ci siamo uniti da subito come fratelli e amici, nonostante le difficoltà incontrate all’inizio per la lingua».

 

Come definite la vostra musica?

«Per noi è difficile definire o etichettare la nostra musica. Possiamo dire che è il risultato dell’interazione di lingue, stili, strumenti di diversa origine».

 

 Chi scrive i testi? Chi compone e arrangia la musica? Vorrei capire come nascono i vostri brani.

«Di solito io scrivo i testi in tigrigno, la mia lingua, e le melodie al kraar, strumento a corda della tradizione eritrea diffuso in tutto il Corno d’Africa. Panacea si occupa degli arrangiamenti».

 

Da quando avete mescolato il cantautore eritreo con Panacea quanti dischi avete già inciso?

«Zemen è il nostro primo album insieme, l’abbiamo pubblicato l’anno scorso e presentato al MAXXI, Museo delle Arti del XXI secolo di Roma».

 

Cosa pensate del pubblico italiano? Come è stato accolto il vostro progetto?

«Possiamo dire che il CD sta avendo un buon riscontro dalla critica e ai nostri concerti stiamo ottenendo dal pubblico molte soddisfazioni».

 

 Secondo noi la vostra musica è meticcia. Siete dell’opinione che l'Italia è già multiculturale o c’è ancora la strada da fare?

«Non è mai facile etichettare una musica, in ogni caso “meticcia” ci piace, grazie. Purtroppo molti italiani dimenticano, o peggio, ignorano di essere storicamente un popolo di emigranti. Grazie alla conoscenza e le relazioni sociali è possibile superare i pregiudizi. Integrazione significa arricchimento reciproco e solo quando smetteremo di considerare gli stranieri come oggetto della nostra pietà e li considereremo soggetti sociali con cui interagire riusciremo a superare le divisioni tra noi e loro. Pertanto ben vengano le iniziative culturali, le rassegne, i festival come quello che organizzate a Ravenna».

 

 Un’ultima battuta per i nostri lettori?

«In “He is a friend”, unico brano del disco cantato in inglese, l’invito è già scritto: il rifugiato è un rivoluzionario, è un disobbediente alle dittature di tutto il mondo, per questo sono rifugiati, ma sono amici, diamogli una possibilità di rivelarci la verità».

 

Franck Viderot – Città Meticcia

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Pubblicato il 28/07/2016 — ultima modifica 28/07/2016
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