sabato 23.09.2017
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Gierre, nel Bolognese un’azienda metalmeccanica fa dell’integrazione il proprio "core business"

Una delle immagini della mostra fotografica “Integr-azione”, in corso nel cortile di Palazzo D’Accursio e realizzata nell'ambito di Bologna cares!, la campagna di comunicazione del Sistema SPRAR del Comune di Bologna, racconta una storia di convivenza realizzata nel mondo del lavoro, come spiega la titolare Roberta Neri

Al vertice c’è una donna, idee chiare e saldi principi. Attorno a lei la squadra di comando è tutta al femminile e “a chilometro zero” perché è composta dalle due sorelle, dalla mamma e dalla zia. I dipendenti, invece, sono per così dire a chilometraggio illimitato visto che sono in gran parte immigrati. Lei, Roberta Neri di Marzabotto (Bo), titolare di un’azienda di import-export nel settore della metalmeccanica a Crespellano, è riuscita a compiere un piccolo miracolo: non solo a tenere in piedi un’impresa che non ha subìto contraccolpi dalla crisi e, anzi, ha continuato ad assumere, ma anche a costruire una squadra multietnica di dipendenti sapendo armonizzare le diversità e riuscendo a trasformarle in risorse.

L’imprenditrice è la bella signora bionda che sorride tra quelli che lei chiama “i miei gladiatori” in una delle 40 foto selezionate per la mostra “Integr-azione” in corso fino al 30 giugno nel cortile di Palazzo d’Accursio e realizzata nell'ambito di Bologna cares!, la campagna di comunicazione del Sistema di Protezione per Richiedenti asilo e Rifugiati (SPRAR) del Comune di Bologna. Sono immagini realizzate con la tecnica del Photovoice, un esperimento sociale che ha messo a confronto il punto di vista di migranti, operatori, bolognesi favorevoli all’accoglienza e cittadini critici rispetto a essa. Tutte queste foto raccontano una storia. Alcune, come quella realizzata dall’operatrice Jessica Raimondi nell’azienda di Roberta Neri, meritavano un approfondimento. Il titolo del pannello recita infatti: “Una seconda famiglia”. E la didascalia della foto: “R. è una donna di Marzabotto che ha creato all’interno della sua azienda una sorta di seconda famiglia nella quale ragazzi/e italiani e stranieri lavorano insieme. Racconta di come spesso quello con i suoi dipendenti sia un rapporto di reciprocità, di scambio e culturale, nel quale ci si aiuta a vicenda”.

Ed è proprio così, conferma Roberta Neri. Qual è la formula magica per far tenere tutti insieme in armonia e lavorare con profitto? “Non so se ci sia una formula, quel che è certo è che io considero le persone che lavorano con me il vero core business dell’azienda. Prima vengono le persone, gli affari arrivano di conseguenza – racconta – Tra l’altro nella vita ho sempre potuto constatare che le occasioni migliori che mi sono capitate sono sempre avvenute in coincidenza con mie azioni nel sociale o nel volontariato”. Come dire: fare del bene porta fortuna. La signora Neri spiega che parallelamente alla sua azienda, aperta nel 2009 in seguito alla morte del padre, ha voluto ricordare il genitore scomparso facendo anche qualcosa di concreto per il suo paese, Marzabotto. E’ nata così l’associazione onlus Mani Tese, di cui è presidente, che fa iniziative di vario tipo per raccogliere fondi da devolvere alle famiglie povere del territorio. “Le famiglie in condizioni di disagio sono tante, i fondi comunali sono limitati – spiega – perciò per noi è una grande soddisfazione aiutare, attraverso il Comune, le famiglie indigenti a fare la spesa o a pagare una bolletta”.

Intanto, nel quotidiano, Roberta Neri fa il possibile per offrire il bene primario alle persone: il lavoro. Nella sua azienda, la Gierre, ora i dipendenti sono 37, in buona parte stranieri. “Sono marocchini, tunisini, ghanesi – dice – tutti perfettamente integrati tra loro e con i colleghi italiani. I musulmani sono una quindicina, ma la religione non crea problemi. Durante il Ramadam, pur non potendo mangiare né bere durante il giorno, hanno continuato a lavorare con lo stesso impegno. Piuttosto eravamo noi a preoccuparci vedendoli al lavoro in officina, con il caldo e senza possibilità di ristoro se non nel bagnarsi un po’ sotto il rubinetto”.

L’imprenditrice, che prima di impegnarsi nel settore metalmeccanico aveva gestito per 25 anni un poliambulatorio, spiega perché i suoi dipendenti considerano la Gierre una seconda famiglia: “Prima di tutto sono stati scelti per la loro serietà e l’impegno che dimostravano di voler avere nel lavoro, poi è scattato il passaparola e oggi le migliori referenze sono quelle che mi dà qualcuno degli immigrati che già lavora con me. Uno di loro è diventato capoturno, altri hanno ricevuto proposte molto allettanti da miei clienti tedeschi, ma hanno preferito rimanere qui sebbene in Germania lo stipendio sia il doppio. Questo perché i miei dipendenti ci considerano davvero una seconda famiglia, mi chiedono consiglio sulle questioni personali, li aiuto a prendere la patente, a prendere in affitto un appartamento o ad acquistare una macchina. Quasi tutti, sebbene l’azienda sia a Crespellano, hanno deciso di vivere nella zona tra Marzabotto e Vergato, dove abito io. C’è fiducia reciproca, ci stimiamo, senza alcuni di loro non saprei davvero come fare. Dobbiamo davvero considerarli una grande risorsa e la convivenza non solo è possibile, ma è un arricchimento”.

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Pubblicato il 26/06/2017 — ultima modifica 26/06/2017
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