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Un’estate di svago e di cure per i 500 “bambini di Chernobyl” ospiti in Emilia-Romagna

Piccoli bielorussi e ucraini in Assemblea legislativa per una giornata che ha fatto il punto sul “Progetto regionale Chernobyl” avviato nel 1996 in collaborazione con il mondo dell’associazionismo e le famiglie ospitanti. In 21 anni ne sono stati accolti oltre 11.600

Come accade regolarmente, da tanti anni anche in Emilia-Romagna, grazie ad una rete di famiglie e associazioni solidali, sono tornati i “bambini di Chernobyl”, provenienti dalle aree contaminate della Bielorussia e dell’Ucraina. Nei giorni scorsi sono stati accolti in Assemblea legislativa per una giornata di riflessione sui progetti di accoglienza e prevenzione sanitaria attivati in Emilia-Romagna a seguito dell’epocale incidente alla centrale nucleare di 31 anni fa.

Il Progetto Chernobyl

Sono circa 500 i bambini ospitati anche quest’anno grazie ad una rete di volontari attivi in regione e ben 11.660 quelli accolti in Emilia-Romagna dal 1996 grazie al “Progetto regionale Chernobyl”, un programma avviato dalla Regione assieme alle associazioni firmatarie - in seguito all’incidente alla centrale nucleare avvenuta nel nord dell’Ucraina il 26 aprile del 1986 – per promuovere l’accoglienza temporanea e il sostegno sanitario di bambini bielorussi e ucraini che vivono in zone ad alta radioattività.

L’intesa, formulata nell’ambito delle politiche regionali di cooperazione allo sviluppo e cooperazione internazionale sanitaria, prevede soggiorni temporanei di bambini sotto i 14 anni provenienti dalle zone contaminate, nelle quali gli effetti dell’incidente nucleare pesano ancora su chi vi abita: i bambini che lì nascono e risiedono, infatti, nell’età dello sviluppo sono più esposti al rischio di gravi malattie, spesso tumorali. E, nella maggioranza dei casi, il miglioramento della salute ottenuto grazie a periodi trascorsi lontano da casa in ambienti più salutari è dimostrato: le analisi comprovano un abbattimento della concentrazione di cesio 137 dal 30 all’80 per cento.

Il picco delle presenze si è registrato negli anni 2003 (1.347 bambini), 2004 (1.215) e 2005 (1.123), mentre successivamente il numero si è progressivamente ridotto, fino ai 228 del 2016. Questi dati tengono conto solo dei piccoli accolti dalle famiglie firmatarie del “Progetto regionale Chernobyl”, quindi il numero complessivo è ancora più alto.

Nelle settimane in cui sono ospitati presso le famiglie emiliano-romagnole o in strutture collettive, grazie al programma predisposto dall’Assessorato regionale alle Politiche per la salute, i bambini vengono iscritti al Servizio sanitario regionale e sottoposti a tutti gli accertamenti impossibili da eseguire nel proprio Paese di provenienza; le spese di accoglienza sono a carico delle associazioni regionali di solidarietà.

Il progetto Chernobyl prevede, inoltre, che contestualmente all’accoglienza dei minori si realizzino anche interventi di cooperazione nelle loro zone di provenienza, soprattutto in Bielorussia, dove Legambiente Emilia-Romagna porta avanti il Progetto “Rugiada”, cofinanziato dalla Regione con la collaborazione di Arpae regionale, Ausl di Modena, Policlinico di Modena e Università di Bologna. Si tratta di una casa vacanza posta in una zona decontaminata, dove per alcune settimane i bambini vengono ospitati e sottoposti a controlli sanitari.

Gualmini: “La Regione mette a completa disposizione il proprio sistema sanitario”

“I bambini di Chernobyl ci ricordano ogni anno quanto sia importante il valore dell’amicizia e della fratellanza tra popoli - ha detto, nel corso dell’incontro, la vicepresidente della Regione Emilia-Romagna e assessore al welfare, Elisabetta Gualmini - L’Emilia Romagna, dal 2001 in avanti, ha curato quasi 1.600 cittadini stranieri gravi tra cui moltissimi bambini, garantendo uno stanziamento di 1,5 milioni di euro all’anno. E’ una delle regioni che fa di più per curare patologie gravi (come tumori, cardiopatie, nefrologie e altro), e che mette a completa disposizione il proprio sistema sanitario. Continueremo con questo impegno -ha concluso- e soprattutto continueremo a lavorare con le associazioni e le oltre 700 famiglie che generosamente ospitano i bambini di Chernobyl, che si aprono allo scambio e al dialogo e spingono le istituzioni a stare sempre all’erta”.

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Pubblicato il 22/07/2017 — ultima modifica 24/07/2017
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