lunedì 27.03.2017
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Al Naama cafè la tradizione egiziana incontra Bologna

Una storia di integrazione riuscita e di pregiudizi superati. Tamer Said così gestisce la sua impresa in pieno centro storico a Bologna. “Chi viene nel mio bar è un ospite, non un cliente”

“Chi viene nel mio bar è un ospite, non un cliente”. Spiega così Tamer Said, egiziano a Bologna dal 2005, il successo della sua impresa.  Naama cafè è il nome del bar che gestisce dal 2013 in via Oberdan, a pochi passi dalle Due Torri.

Tamer Said Abdelsamie Mahmeud ha 42 anni ed è nato al Cairo, in Egitto. È uno dei tanti imprenditori di origine straniera (oltre 37 mila nel 2016) che hanno scelto l’Emilia-Romagna per vivere e lavorare.

La sua è una bella storia di integrazione riuscita e di pregiudizi superati. “Sono venuto a Bologna per amore- racconta- e non conoscevo neppure una parola di italiano, ma ero certo che sarei rimasto qui. Mi sono sentito da subito come a casa”.

In tasca un diploma di laurea nel settore alberghiero, si è traferito sotto le due Torri nel 2005. Dopo aver svolto moltissimi lavori, soprattutto come barista, nel 2013 il grande passo. L’apertura di un piccolo bar in centro che ha voluto chiamare, in modo non casuale, Naama, che significa benessere: l’idea attorno alla quale Tamer ha costruito la sua impresa.

Dietro al bancone del bar, dove lavora anche il suo storico collaboratore Alì, di origine marocchina, si trovano in bella mostra tè e tisane aromatizzate, oltre a moltissimi dolci: alcuni della tradizione araba, come baklava e warbat, altri bolognesissimi come la torta di riso.  Ma nessuna bottiglia di liquore esposta. “È stata la mia scommessa, volevo far conoscere un altro tipo di ospitalità - spiega - dove a prevalere fossero i profumi delle spezie della mia terra di origine contenuti nel tè, nei caffè e cappuccini speziati e niente alcol, come prevede la mia religione. Sono stato premiato dai miei ospiti.”

In effetti, premiato da quelli che lui tiene a definire ospiti e non clienti, Tamer lo è stato davvero. Oggi è infatti il proprietario anche di un’altra piccola pasticceria in via de’ Fusari, sempre in centro a Bologna, gestita da una ragazza che si chiama Aia, e di un laboratorio di pasticceria nel quale lavorano altri tre dipendenti.

Quando racconta la sua storia, evidenzia problemi in buona parte condivisi anche dagli imprenditori italiani, come la lentezza della burocrazia, l’eccesso di norme che bisogna conoscere, il costo del lavoro dipendente. Significativa la risposta che dà quando gli si chiede cosa ritenga necessario per assicurarsi successo negli affari: al primo posto l’importanza di avere buoni rapporti con gli italiani, dichiarata e giudicata più importante dei rapporti con i connazionali e addirittura con i familiari.

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Pubblicato il 15/03/2017 — ultima modifica 15/03/2017
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