sabato 21.07.2018
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L'inclusione sociale passa attraverso le reti e le relazioni

Il Rapporto Istat 2018 analizza la condizione economica e sociale degli italiani mettendo al centro il tema delle reti di famigliari e amici e delle interazionii con vicini, colleghi e conoscenti. Studio e lavoro ampliano i punti di riferimento

Sono le reti – intese come le relazioni tra le persone, tra le persone e gli attori sociali (imprese, istituzioni, gruppi formali e informali) e gli attori sociali tra loro - la chiave di lettura scelta quest’anno dall’Istat per raccontare la situazione del Paese nel “Rapporto annuale 2018”.

“Nell’ultimo quarto di secolo la rete telematica è diventata così pervasiva da far passare in secondo piano tutte le altre reti e relazioni in cui siamo immersi – si legge nella sintesi del Rapporto - Eppure, le persone sono coinvolte in una pluralità di sistemi di relazione e reti di diversa natura, cui partecipano con intensità variabile, anche in corrispondenza delle diverse fasi della vita, della struttura familiare, della condizione sociale, dell’attività lavorativa, del reddito”.

Il Rapporto Istat 2018 ha analizzato le reti di parentela, amicizia e vicinato considerando i parenti stretti (nonni, genitori, fratelli e sorelle, partner, figli e nipoti), gli altri parenti (zii, figli di fratelli, cugini, cognati, suoceri e altri), i vicini, gli amici e la presenza di qualcuno che sarebbe disposto a prestare un aiuto concreto. Ognuno di noi ha una rete costituita mediamente da 5,4 parenti stretti e da 1,9 altri parenti su cui può contare.

Poco meno del 20 per cento delle persone di 18 anni e più dichiara di non avere alcuna persona su cui fare affidamento; il restante 80 per cento dichiara di poter contare almeno su un parente, un amico o un vicino, mentre il 40 per cento delle persone vede la presenza contemporanea di persone appartenenti a cerchie differenti. Quando si ha a disposizione solo una rete, la categoria più indicata sono gli amici, seguita da vicini e da altri parenti.

Circa 6 milioni di persone di 14 anni e più asseriscono di disporre dell’intera gamma di reti e relazioni, comprese quelle che si creano tra chi fa attività in associazioni. Quasi il 60 per cento della popolazione di almeno 14 anni ha a disposizione sia una rete di amici sia una rete di sostegno esterna alla famiglia. Un altro 20 per cento può contare su una sola rete di relazioni. Circa 3 milioni dichiarano di non avere alcuna rete di relazioni esterna alla famiglia, cioè non hanno relazioni con amici, non hanno rete di sostegno (cioè parenti, amici o vicini su cui contare), non partecipano a reti associative.

Reti virtuali e reti naturali

Le forme di socialità “virtuale” (il 60,1 per cento degli utenti regolari di internet utilizza i social network) affiancano le forme più tradizionali, consentendo alle persone di mantenersi in contatto e di arricchire le proprie reti di relazioni, come peraltro già accaduto con l’avvento del telefono. Queste forme sono considerate, in generale, meno piacevoli della frequentazione de visu. Per i più giovani, però, le relazioni online sono preferite a quelle di persona con i familiari, ma non a quelle con gli amici: si conferma in questa fascia d’età l’importanza del “gruppo dei pari”, con cui si sta in contatto in tutti i modi a disposizione. Più in generale, l’utilizzo crescente dei social network non rappresenta una modalità sostitutiva, ma complementare, delle relazioni sociali di persona, che restano la forma di interazione più appagante.

Stare soli, per quanto sempre più spesso anche una scelta, non rende più felici. Le persone che vivono da sole o che non hanno una rete di sostegno sono quelle che indicano con meno frequenza punteggi alti per la soddisfazione per la propria vita, in generale e con riferimento alle relazioni familiari. Tra quanti dispongono di una rete di sostegno è più alta anche la fiducia negli altri.

Tuttavia, per una parte della popolazione vivere da soli non è considerata una situazione di svantaggio. Per gli adulti in questa situazione aumenta la disponibilità di tempo libero dedicato alla socialità, alle attività altruistiche e a quelle culturali; al tempo stesso, diminuisce il tempo dedicato al lavoro domestico. Tra gli adulti che vivono soli, tre su quattro frequentano gli amici almeno una volta a settimana. Tra le coppie con figli, la quota di chi riesce a vedere gli amici ogni settimana si riduce a poco più di una persona su due. Al crescere degli impegni familiari diminuisce anche la disponibilità a dedicarsi ad attività di volontariato organizzato: gli adulti che vivono da soli hanno quote di partecipazione più alte di coloro che sono in coppia senza figli.

Titolo di studio e lavoro fanno la differenza

Il titolo di studio è la prima variabile che suddivide gli individui in due grandi gruppi secondo la dimensione della rete in cui sono inseriti: da una parte le persone che hanno ottenuto almeno il diploma, dall’altra quelle con al massimo la licenza media. Già questo primo passo mette in luce una differenza rilevante: le prime (poco più della metà degli individui di 18 anni e più) hanno un vantaggio prossimo al 20 per cento in termini di ampiezza della rete rispetto all’insieme della popolazione, mentre gli altri hanno uno svantaggio di dimensione analoga.

Anche il lavoro si conferma un importante fattore di socializzazione ed essere inseriti nel mondo del lavoro amplia le possibilità di stabilire relazioni sociali importanti.

Le reti delle istituzioni

Le istituzioni – Stato, Regioni, Comuni, istituzioni non-profit, università, scuole – costituiscono una rete diffusa sul territorio, che crea relazioni, offre servizi e produce circolazione di informazioni.

Il sistema delle università può definirsi una “rete delle reti” per i diversi legami che mettono in relazione gruppi di istituzioni, di studiosi e comunità studentesche a livello sia nazionale sia internazionale. Anche le scuole, diffuse in maniera capillare sul territorio, mettono in campo la loro capacità di realizzare relazioni: la possibilità di associarsi in rete, introdotta sin dagli anni Novanta con l’autonomia scolastica, consente un maggior radicamento sul territorio.

Istruzione e partecipazione al mondo del lavoro si confermano, dunque, le due variabili chiave nella lettura del Paese. Istruzione e conoscenza sono anche una chiave che dà accesso a una pluralità di aspetti del benessere individuale: consentono di vivere più a lungo e in condizioni di salute migliori, ma anche di attivare il “valore aggiunto” delle reti soprattutto per quanto riguarda le attività culturali e quelle di partecipazione, ad esempio nel volontariato.

Da anziani contano di più i vicini

Una forma di sostegno indicativa del tipo di rete che l’individuo ha a disposizione è il sostegno economico. Nel complesso il 44,7 per cento degli individui dichiara di avere almeno una persona su cui contare in caso di bisogno urgente di denaro.

Quando si è più anziani si ha una maggiore esigenza di ricevere assistenza nella quotidianità; pertanto, dato che la vicinanza facilita questo tipo di aiuti, si intensificano i rapporti di vicinato, mentre si riducono notevolmente quelli di amicizia, cui possono esser legate anche condizioni di distanza abitativa che non facilitano i contatti. Infine, all’aumentare dell’età, cresce la quota di persone che dichiarano di non avere alcuno su cui contare: questo dipende da un lato dal fatto che nelle età più avanzate subentra piuttosto la rete di parentela stretta (figli, nipoti), dall’altro dall’invecchiamento stesso della rete elettiva, notoriamente caratterizzata da legami tra amici con minori differenze di età. Questo aspetto si conferma analizzando gli individui in base alla tipologia familiare di appartenenza. Il 23,6 per cento delle persone che vivono sole di 65 anni e più dichiara di non avere nessuno su cui contare.

Dal 1998 al 2016, la quota di caregiver (persone che hanno dato almeno un aiuto gratuito nelle quattro settimane precedenti l’intervista) è aumentata di poco più di dieci punti percentuali, passando dal 22,8 al 33,1 per cento. Prestano aiuti più le donne (35,4 per cento) che gli uomini (30,7 per cento). L’aumento dei caregiver ha riguardato però in egual misura uomini e donne: nel 1998, i primi si attestavano al 20,7 per cento, le seconde al 24,8.

Al primo posto degli aiuti dati figurano quelli per compagnia, accompagnamento, ospitalità (35,9 per cento) seguiti da quelli per l’espletamento di pratiche burocratiche (30,4 per cento) e l’aiuto nelle attività domestiche (28,8 per cento). Gli uomini forniscono principalmente aiuto nell’espletamento di pratiche burocratiche (33,9 per cento), per compagnia, accompagnamento, ospitalità (33,7 per cento) e per fornire aiuto economico (25,8 per cento). Per le donne al primo posto si trovano compagnia, accompagnamento e ospitalità (37,7 per cento); seguono le attività domestiche (33,6 per cento) e l’assistenza ai bambini (28,6 per cento).

La graduatoria mostra ai primi posti per intensità della rete i raggruppamenti del Nord, in cui spicca la città diffusa; sono zone urbane, caratterizzate da un forte pendolarismo, da una buona resa del mercato del lavoro e da un’alta incidenza di stranieri.

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Pubblicato il 21/06/2018 — ultima modifica 21/06/2018
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