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Europa 2020: nuove domande per nuovi scenari

27 giugno 2013 - L'impatto dell'immigrazione sull'Emilia-Romagna. Nel 2020 un ragazzino su due sarà di origine straniera
Europa 2020: nuove domande per nuovi scenari

Le proiezioni dell'immigrazione in Regione

Nel 2020 i giovani con una cittadinanza diversa da quella italiana in Emilia-Romagna rappresenteranno quasi un quarto del totale e oltre un terzo nel 2050, mentre nello spazio di una generazione un terzo degli italiani avrà più di 65 anni. Pochi numeri per fare la misura di quanto i cittadini non italiani siano parte integrante del nostro futuro e della necessità di definire politiche di sviluppo di qualità per una cittadinanza equa e coesa. Il progetto europeo Making Migration Work for Development, di cui la Regione è capofila, va in questa direzione. Ne parla il direttore scientifico Anna Lucia Colleo

 

Nel 2012 in Emilia-Romagna quasi 12 residenti su 100 sono cittadini stranieri (su 156 gruppi nazionali). Secondo le proiezioni dell’Istat nel 2050 i residenti stranieri saranno il 25% (1 su 4). Basta uno sguardo ai dati sull’immigrazione, non solo in regione ma in Italia per capire che serve un cambiamento di passo nelle politiche sull’immigrazione.

“Tutto il Sud Est Europa condivide un’esperienza migratoria relativamente recente rispetto ad altri Paesi, anche europei, ma non si può più dire che per l’Italia e per l’Emilia-Romagna si tratti di un’esperienza nuova”, spiega Anna Lucia Colleo, direttore scientifico per la Regione Emilia-Romagna del progetto Making Migration Work for Development - Strategic policy tools for South East European regions and cities (MMWD).

“In Emilia-Romagna, come nel resto dell’Italia, l’immigrazione ha seguito le rotte del lavoro – continua Colleo – all’inizio era prevalentemente maschile, poi è andata stabilizzandosi, sono arrivate le famiglie, sono nati bambini che sono cresciuti e andati a scuola in Italia ma che conservano parenti e amici in altri Paesi. Bambini e famiglie che appartengono a oltre 150 gruppi nazionali diversi”.

Si tratta di una rivoluzione demografica e culturale, che, spiega il direttore scientifico, “segna la trasformazione da una comunità relativamente omogenea nei codici e nei riferimenti a un intreccio eterogeneo di culture più indefinito e mobile, meno ancorato a categorie culturali e tradizioni condivise e che senza dubbio pone sfide nuove di comprensione dei bisogni dei territori. È verosimile però che la nostra retina abbia fissato lo sguardo sulle grandi sfide legate alla crescente eterogeneità e che rimangano invece leggermente fuori fuoco le potenzialità inespresse della rivoluzione che stiamo vivendo”.

Che si tratti di una rivoluzione non c'è dubbio. Se guardiamo ai ragazzi con meno di 14 anni, il 17 per cento oggi non sono italiani e questa percentuale è destinata a crescere a grandi balzi. Secondo Istat, nel 2020 i giovani con una cittadinanza diversa da quella italiana in Emilia-Romagna saranno quasi un quarto del totale e oltre un terzo nel 2050.. Si tratta di trend affidabili: i ragazzi che avranno dai 7 ai 14 anni nel 2020 sono già nati. Intanto, nello spazio di una generazione, un terzo degli italiani avrà più di 65 anni.

“Questo – aggiunge Colleo –, significa che i residenti e le forze di lavoro di domani saranno composte di una quota prevalente di cittadini stranieri. Già oggi ci sono in Emilia-Romagna oltre 350 mila lavoratori stranieri in regola, spesso tramite reti informali di incontro domanda-offerta”.

Questi pochi numeri sono eloquenti nel dare la misura di quanto i cittadini non italiani formino parte integrante del nostro futuro e che porre l’accento solo sulle criticità sia poco utile sia alla definizione di politiche di sviluppo di qualità, sia per procedere in direzione di una cittadinanza equa e coesa. “La difficoltà più evidente consiste forse proprio nel divario tra un’accettazione economica di fatto e una ricezione culturale e politica più contrastata. Le politiche della Regione hanno accompagnato questo percorso di adeguamento supportando l’accoglienza e l’inclusione di persone e gruppi. Si è trattato di un compito che è stato svolto con lungimiranza ed efficacia.

In questo contesto, il progetto MMWD segna un momento di riflessione, che guarda al prossimo futuro e che è stato fortemente voluto dall’assessore regionale alle Politiche sociali, Teresa Marzocchi “per esplorare la necessità di formulare nuove domande e sguardi sulle traiettorie di sviluppo del territorio regionale, capendo meglio in che modo le trasformazioni demografiche in atto possono impattare in termini di livelli di istruzione, occupazione e richiesta di servizi assistenziali”, dice il direttore scientifico.

Colleo tiene a sottolineare subito che il punto di partenza è che non si tratti di un progetto comunemente inteso. “In realtà lo è – spiega – ma ‘progetto’ è un termine incrostato che fa pensare a qualcosa con un inizio e una fine, esterno all’amministrazione e che non ha ricadute durature sulla sua attività”. La genesi di MMWD è opposta. Innanzitutto, è quello che la Commissione europea chiama “progetto strategico”: ha una dimensione finanziaria ampia (3,8 milioni di euro) e un elevato numero di partner, 22, in gran parte amministrazioni pubbliche, guidate dall’Emilia-Romagna. La Regione ha fatto sistema tra l’assessorato titolare delle Politiche per l’immigrazione e i colleghi della statistica e della programmazione per assorbire risorse non ordinarie (provenienti dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale tramite il Programma Sud Est Europa) e darsi l’opportunità di lavorarci sopra, costruire strumenti solidi e imparare a utilizzarli. Gli strumenti di MMWD sono scenari al 2020 che mettono al centro le trasformazioni nella popolazione dell’Emilia-Romagna per interrogarsi sulle prospettive future.

 “Parlare di uno scenario che di qui a sette anni vede un ragazzino straniero ogni due che vivono in Emilia-Romagna significa che non ha più senso parlare di italiani e di stranieri – dice Colleo – Sono dati di cui tener conto: si tratta delle generazioni da cui usciranno non solo i lavoratori di domani, ma anche gli intellettuali, gli insegnanti, le classi dirigenti di domani. L’immigrazione, in altre parole, è stata la risposta spontanea a una necessità, adesso dobbiamo capire come farne una risorsa”.

Il compito non è facile, vuoi perché “i ragazzi stranieri mostrano percorsi formativi più accidentati dei loro coetanei italiani, anche quando sono nati o cresciuti in Italia – continua – vuoi perché il senso di comunità, di appartenenza richiede ampi investimenti, non solo di breve periodo”.

 “Però indietro non si torna – conclude Colleo. Alla fine degli anni Settanta Umberto Eco scriveva che ‘L’Europa del futuro sarà sempre più colorata. Se ci piace, sarà così. E se non ci piace, sarà così lo stesso’ – racconta Colleo. Non si era sbagliato”.

 

 

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Pubblicato il 27/06/2013 — ultima modifica 29/06/2013
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