lunedì 18.12.2017
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Jerreh: una storia d'accoglienza e integrazione

Quella di Jerreh è l'avventura di un sedicenne che è partito da solo dal Gambia e, dopo aver risalito l'Africa attraversando quattro Stati, è approdato con un barcone in Italia. Poi è arrivato in Emilia-Romagna e qui finalmente ha trovato la sua "casa"
Il suo desiderio ora è uno solo: andare a scuola, imparare, conoscere tutto ciò che c'è da conoscere della terra che l'ha accolto e gli ha dato una vita nuova. La storia di Jerreh, ragazzino analfabeta partito da solo dal più piccolo paese dell'Africa, il Gambia, in cerca di fortuna e oggi accolto e integrato in Emilia-Romagna, è emblematica perché dimostra che il destino dei profughi arrivati nel nostro Paese non è fatto solo di filo spinato, centri d'accoglienza precari e lunghe giornate davanti riempite di nulla. La sua, come quella del senegalese Bouly e di tanti altri minori giunti in Italia sui barconi della disperazione, è una storia a lieto fine perché qui ha trovato una rete di welfare fatta di istituzioni regionali e locali, case famiglia, associazioni no profit, integrazione scolastica, avviamento al lavoro che gli hanno riacceso il sorriso e la speranza in un futuro migliore. 

Il viaggio della speranza

Soltanto due anni fa Jerreh, allora sedicenne, non era mai uscito dalla sua terra. Fino al giorno in cui decide di partire per un mondo sconosciuto, lasciando la mamma e i troppi fratelli. Alla ricerca di una vita migliore, di un luogo dove imparare e crescere. Uno zainetto sulle spalle, tutti i risparmi nelle mutande, Jerreh si mette in viaggio inseguendo il suo sogno: frequentare una scuola, imparare tante cose, fuggire dalla fame.

Punto di partenza: il parcheggio degli autobus dove, insieme all'amico Alì incontrato per strada,  sale su di un pullman pieno di giovani, tutti maschi, che va in Senegal. La polizia di frontiera non è tenera. Vuole soldi per lasciarli passare. Ma le tasche sono vuote e li lasciano andare. Altro pullman, altro viaggio: verso il Mali questa volta. Alla frontiera la scena si ripete, ma Jerreh riesce a passare perché vedono che è ancora un bambino.
Il nuovo viaggio è più lungo: tre interminabili giorni su di una strada piena di sassi e buche che rende impossibile dormire. Fuori dal finestrino sfilano strane scene, sembrano incubi ma sono vere. Fanno paura perché sono immagini mai viste dal ragazzino, talvolta piene di violenza come l'uccisione di un cavallo lungo la via.

L'odissea di Jerreh

La capitale Ouagadougou è il primo accenno di modernità con tanti palazzi, automobili, negozi... Ma bisogna subito ripartire. E il prossimo autobus porta in Niger. Non c'è più niente da mangiare e neanche da bere. Bisogna arrivare a Niemey, la capitale, nella casa diroccata di un amico di Alì, per consumare un pasto frugale e dormire sulla terra ferma senza scossoni. Ma il giorno dopo si riparte: direzione Agadez, nel Niger centrale. Qui la sosta è lunghissima: un mese intero in attesa che ci siano abbastanza persone da riempire il pick up che li porterà in Libia. Un lungo mese nascosto in una casa con altri cinque compagni d'avventura, a fare i conti con la fame, la scarsa igiene e i cattivi pensieri.
Finalmente arriva il giorno della partenza e anche la traversata del deserto, con i disagi che comporta, sembra quasi un sollievo perché è un altro passo verso il mondo sognato da Jerreh. Dopo una breve sosta in una città di confine si riparte verso la Libia. Passare la frontiera non è una passeggiata: il pick up non può fermarsi e i soldati gli sparano dietro. Sdraiati sul fondo, trattenendo il fiato, i ragazzi riescono a passare indenni ai posti di blocco.
Ed ecco Tripoli con il suo traffico, il fumo, i rumori. I soldi sono finiti, bisogna cercare qualche lavoro per poter mangiare. Non è facile essere neri in Libia. Jerreh incontra ragazzini che lo picchiano, lo rapinano, gli raccontano storie incredibili come quella della signora senza marito che compera i giovani disperati come lui. Ma arriva finalmente il giorno di partire per l'Europa. 

L'Europa non è più un miraggio

Dopo una notte trascorsa in una casa diroccata in un angolo di deserto insieme a decine di uomini in attesa come lui di un imbarco, Jerreh e i suoi compagni salgono su di un taxi per andare al porto. Ma incappano in un posto di blocco e vengono sbattuti in prigione per tre giorni dopo essere stati massacrati di botte dai poliziotti. Il quarto giorno vengono portati in un cantiere dove devono spostare blocchi di cemento e il giorno successivo grazie a un militare impietosito riescono a scappare. 
Non è ancora finita perché dopo aver percorso chilometri e chilometri vengono presi di mira da un uomo che spara loro contro con un fucile, per fortuna mancandoli. Jerreh resta a terra nascosto tutta la notte, ma nella fuga ha perso l'amico Alì. Quando si rimette in cammino incontra un ragazzo ghanese che lo ospita a casa sua e lo rifocilla. Quindi contatta un amico a Tripoli che lo accoglie e dopo parecchi giorni di attesa arriva il momento di imbarcarsi.
Appena scende la notte, sono un centinaio a salire su di un gommone che non si sa come possa accoglierli tutti. Due giorni e una notte di navigazione senza cibo né acqua, con la paura di non toccare mai terra. Al largo della Sicilia vengono soccorsi da una nave militare e il viaggio di Jerreh è ormai finito. L'ultima paura è sull'aereo che lo porta a Bologna

Finalmente "a casa"

Il resto è storia di oggi. Jerreh vive in una comunità d'accoglienza in provincia di Parma, impara l'italiano e finalmente realizza il suo sogno: studiare e vivere come gli altri ragazzi della sua età. Scrive anche la sua storia in un piccolo libro, realizzato dall'Associazione Agevolando Onlus che lo segue. L'Emilia-Romagna ormai è la sua casa, ma la voglia di imparare lo porterà lontano.
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Pubblicato il 14/04/2016 — ultima modifica 22/11/2016
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