Intercultura

Immigrazione e Social media. Al via il corso per comunicatori istituzionali

Inizia il 14 gennaio 2020 il percorso formativo della Regione Emilia-Romagna, gestito da Anci Emilia Romagna con la collaborazione dell’Università di Bologna

Al via, il 14 gennaio 2020, il primo workshop del corso in “Comunicazione istituzionale interculturale: approcci, pratiche e strumenti per un'efficace comunicazione pubblica”, gestito da ANCI Emilia-Romagna, per conto della Regione Emilia-Romagna e in collaborazione con l'Università di Bologna. L’inaugurazione formale, il 29 novembre 2019, era stata invece l’occasione per presentare le caratteristiche dell’iniziativa e per confrontarsi, anche grazie alla presenza di esperti del settore, sulla delicata questione della comunicazione pubblica in ambito interculturale.

Appuntamento dunque martedì 14, a Bologna, per la prima giornata formativa su “I linguaggi della P.A.: la relazione efficace tra cittadini ed istituzioni” (in replica il 16 gennaio a Rimini, il 21 gennaio a Reggio Emilia e il 23 gennaio a Modena). In aula Claudia Capelli (Università di Bologna), affiancata da Chiara Gius (Università di Bologna) quale facilitatrice del percorso:

  • Si illustreranno le tecniche e gli strumenti utili al comunicatore pubblico per promuovere una visione strategica e inclusiva della partecipazione dei cittadini stranieri immigrati alla vita del territorio di appartenenza.
  • Si esamineranno diversi aspetti della progettazione comunicativa, tra cui la comunicazione di servizio, quella di cittadinanza e i linguaggi più adatti alla circolazione di informazioni sul fenomeno migratorio, con un focus sulla comunicazione digitale. 

Al percorso formativo, che si prefigge anche il consolidamento delle reti esistenti a livello locale e regionale, collaborano quattro centri interculturali quali osservatori privilegiati del fenomeno migratorio: per Bologna sarà il Centro Interculturale Zonarelli, per Rimini la Casa dell’Intercultura Aylan Kurdi, per Reggio Emilia il Centro Interculturale Mondinsieme e per Modena la Casa delle Culture. Saranno loro ad ospitare tre workshop per ognuna delle quattro aree vaste in cui è diviso il territorio regionale. L’evento di chiusura, in plenaria, è previsto per il 12 marzo, quando verranno condivisi i lavori dei quattro gruppi e le linee guida. 

«Per la Regione Emilia-Romagna, quello della comunicazione interculturale non è un tema nuovo e, in tal senso, questa non è la nostra prima iniziativa. Tuttavia mai come ora lo si considera particolarmente cruciale» poiché – come spiega in occasione dell’inaugurazione Monica Raciti, responsabile del Servizio Politiche per l'Integrazione sociale, il Contrasto alla povertà e Terzo settore (Regione Emilia-Romagna) – è la stessa attualità che «ci invita a fare una riflessione: è sotto gli occhi di tutti, infatti, quanto il fenomeno migratorio sia malinteso. L’Italia è il Paese Ue in cui esiste la più ampia forbice tra presenza effettiva dei migranti e percezione della stessa, il 12% contro il 25%», cioè si ritiene erroneamente che 1 residente su 4 non sia italiano. «E se consideriamo l'immigrazione irregolare, la percentuale percepita è addirittura più alta ma, a ben vedere, si tratta di una percezione che si alimenta di stereotipi (ad es. “ci rubano il lavoro”, ecc.). Stereotipi che, inevitabilmente, incidono sul processo di integrazione».

E se comunicare bene «è fondamentale quando d'immigrazione si parla in momenti difficili», fa notare Gloria Lisi, del Coordinamento politico sull'Immigrazione di Anci Emilia-Romagna, «bello è invece poter raccontare anche le iniziative del Terzo settore e della Pubblica amministrazione perché il punto è questo: il ruolo dei media è fondamentale nel decidere di fomentare o meno gli stereotipi». Proprio riconoscendo in questa partita l’importanza dei media e, ormai, anche dei social media, «a partire dal 2014 – spiega Emilio Bonavita, vicepresidente dell'Odg Emilia-Romagna – l’Ordine dei Giornalisti  organizza corsi deontologici anche sulla comunicazione interculturale, oltre ad essersi dato negli anni ben 15 Carte. Di queste, una suggerisce il linguaggio da adottare nel raccontare il fenomeno migratorio» affinché non sia viziato da pregiudizi e discriminazioni, «perché la nostra Costituzione dice che il cittadino deve essere informato. Io direi correttamente informato».

La Carta in questione ha visto la luce nel 2008, su indicazione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr). La sua nascita è legata all'episodio del delitto di Erba, quando nei media si dava per scontato, sbagliando, che l'autore del reato fosse il marito tunisino di una delle vittime. L'Unhcr scrisse ai direttori delle maggiori testate giornalistiche italiane per sottolineare come il drammatico evento fosse stato reso ancora più grave da ciò che ne era seguito a livello mediatico. «Si avvertì allora l'esigenza di sottolineare nuovamente concetti già presenti nelle altre Carte deontologiche», chiarisce Alessia Giannoni, giornalista dell’omonima Associazione Carta di Roma. Da allora molti pregiudizi purtroppo si ripetono e, con la velocità resa possibile dai social, si amplificano. Alcune fake news diventano news difficili da smentire una volta lanciate nel web. «Le stesse parole che giuridicamente non hanno senso, come per il termine “clandestino”, prendono posto nel linguaggio quotidiano e, di più, con un’accezione negativa».

Tra le cose che si possono fare per invertire la tendenza, suggerisce Giannoni, è «dare voce ai protagonisti delle migrazioni, rappresentanti diretti e non solo in contesti negativi. Alle storie occorre dare il sostegno dei numeri e delle statistiche, da accompagnare con i video perché “se vedo, ci credo”. La storia del singolo, e non del gruppo, funziona meglio, tanto più se dà soluzioni finendo con l’essere una notizia costruttiva. Certo, le ansie dei cittadini vanno accolte ma non ingigantite». Per quanto riguarda la comunicazione istituzionale via web Anna Masera, giornalista de La Stampa, ne ricorda l’importanza: «Non si può stare fuori dai social anche perché orientano le decisioni dei politici ma è fondamentale attenersi ad alcune regole, tra le quali c’è l’essere didascalici, esplicativi oltre a saper scegliere il “tono di voce”, se amichevole o formale». La legge 150 del 2000 è il quadro normativo entro cui si inserisce la comunicazione pubblica «ma – come sottolinea Leda Guidi, del consiglio direttivo dell'Associazione italiana per la Comunicazione Pubblica – in mezzo c’è stata la rivoluzione digitale ed oggi chi si occupa di comunicazione, dallo sportello fisico allo sportello social, deve essere accuratamente formato». Non ci si può improvvisare.

In vent'anni, dal 2000 ad oggi, la realtà è cambiata. «Allora – racconta Roberto Grandi, professore ordinario di Sociologia della Comunicazione (Università di Bologna)c’erano i blog testuali, vere e proprie “lenzuolate”. Poi è arrivato Facebook, Twitter e i testi si sono sempre più ridotti. Ridurre i testi vuol dire far aumentare il numero delle persone che partecipano perché, di fatto, si fa meno fatica a leggere. Con Instagram il linguaggio dominante è addirittura visivo. E, d'altra parte, i contenuti non vengono necessariamente creati ma ri-twittati: ora si possono dire le cose col “push-button” senza assumersi la responsabilità di crearli in proprio. Ma per le Pubbliche amministrazioni che utilizzano tali strumenti si presuppone professionalità, tanto più che il rapporto non è diretto con i media. Oggi prevale infatti la disintermediazione e ci si rivolge direttamente ai cittadini».

Per la Pubblica amministrazione non esiste una sola comunicazione. Essa può essere infatti di tre tipi: «Identitaria – spiega Grandi – nella misura in cui parla di se stessa; di servizio, elaborata adottando il linguaggio di uno specifico target a cui si rivolge, come ad esempio ai cittadini con figli o ai cittadini immigrati; e, infine, di cittadinanza». Quest’ultima – lo ribadisce Giulia Guazzaloca, responsabile della Terza Missione, dipartimento di Scienze Politiche e Sociali (Università di Bologna) – è il nodo cruciale: «Riuscire a costruire un dialogo con la società in tutte le sue articolazioni». Ecco allora il senso di questo percorso formativo, calibrato «sui dei questionari sottoposti agli iscritti per conoscerne le preferenze, i bisogni e le difficoltà»: così Barbara Burgalassi, del Servizio Politiche per l'Integrazione sociale, il Contrasto alla povertà e Terzo settore (Regione Emilia-Romagna) che offre anche l’identikit del corsista. «Donna nel 78% dei casi, con età intorno ai 50 anni, lavora nella Pubblica amministrazione ed è laureata o comunque ha conseguito un master, in ambito comunicativo ha un'esperienza pluriennale che, nel 60% dei casi, è superiore ai 5 anni». In tutto i partecipanti sono 90 tra giornalisti, operatori di URP e del privato sociale, amministratori, portavoce e addetti stampa.

«La sfida – è l’augurio di Giacomo Prati, Program Manager (Anci Emilia-Romagna)è fare rete e strategia insieme, nonostante la diversità della provenienza di ciascuno. Anzi, crediamo che si debba partire proprio dalla diversità delle esperienze, dalle problematiche e dai casi di successo». Finanziato dal Piano Regionale Multi-azione “CASPER II” (progetto FAMI 2014-2020, Obiettivo specifico 2/Obiettivo nazionale 2, annualità̀ 2018-2020, prog. 2350), l'evento è gratuito. «Il finanziamento del Fondo FAMI – conclude Monica Raciti – spiega perché il tema della comunicazione pubblica è funzionale ai processi di integrazione. In altri termini questo corso sulla comunicazione istituzionale in ambito interculturale è parte del più ampio sistema progettato dalla Regione Emilia-Romagna con finalità inclusive dei cittadini stranieri».

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pubblicato il 2020/01/09 13:22:59 GMT+1 ultima modifica 2020-01-09T13:22:59+01:00

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