Intercultura

Raccontare la multiculturalità. Una sfida per la Pubblica Amministrazione

Schlein, Regione Emilia-Romagna: «No agli stereotipi ma narrazione basata su fatti e dati reali»

«Il tentativo fatto è stato quello di identificare riflessioni e percorsi in grado di facilitare l’attivazione di modelli inclusivi, capaci cioè di cogliere nel flusso della comunicazione anche i cittadini residenti di origine straniera per contribuire a garantire loro pieno accesso e piena partecipazione». Il percorso di seminari informativi in “Comunicazione istituzionale interculturale: approcci, pratiche e strumenti per un'efficace comunicazione pubblica”, gestito da ANCI Emilia-Romagna per conto della Regione Emilia-Romagna e in collaborazione con l'Università di Bologna, giunge a conclusione e Chiara Gius, facilitatrice dell’evento formativo, spiega le dinamiche che lo hanno caratterizzato. «In particolare – racconta in occasione dell’ultima tappa, il webinar tenutosi il 3 giugno 2020 – abbiamo visto come fare comunicazione pubblica interculturale voglia dire sposare una visione strategica della comunicazione, capace di adottare e tenere assieme bisogni e necessità molto differenti tra loro e di confrontarsi con pubblici che, a loro volta, hanno caratteristiche e bisogni ciascuno diversi». Nato nell'ambito del progetto regionale multi-azione CASPER 2, finanziato dal fondo FAMI 2018-2020, il percorso ha consentito a circa un’ottantina di partecipanti, divisi in 4 gruppi di lavoro, di confrontarsi sul binomio comunicazione-migrazioni, di condividere il racconto di buone pratiche, di apprendere linguaggi, tecniche e strumenti per una relazione efficace tra Pubblica Amministrazione e cittadinanza e di stilare, infine, un documento partecipato e condiviso. Vero e proprio manifesto, quest’ultimo, che in 9 punti ferma sulla carta i principi cardini di una sana ed efficace comunicazione istituzionale interculturale.

Quello fin qui compiuto «è parte di un progetto a cui crediamo molto – spiega Elly Schlein, vicepresidente della Regione Emilia-Romagna –. Il tema, assolutamente importante, lo è tanto più adesso. In questi mesi, caratterizzati dall'emergenza sanitaria da Covid-19, abbiamo infatti riscoperto quale sia il ruolo fondamentale di una buona comunicazione istituzionale, che sia inclusiva e che sia interculturale. E il manifesto, che è il prodotto finale di tale percorso, è uno strumento che può essere molto utile nel processo comunicativo degli enti pubblici. Credo che lo sforzo da compiere sia necessario perché in una buona narrazione mediatica di fenomeni complessi – che non è detto che tutte e tutti abbiano il tempo o anche la voglia o gli strumenti per approfondire – entra in gioco proprio la capacità di ridurre quelle distanze, di ridurre il gap, e di accompagnare la comprensione degli aspetti più delicati del fenomeno migratorio. Un racconto in cui diventa cruciale una comunicazione che sia fondata su dati reali, lontana da quegli stereotipi che possono ingenerare tensioni all'interno delle nostre società».

Nello specifico, con un 12% di cittadini di origine straniera residenti sul proprio territorio, l’Emilia-Romagna si colloca al primo posto tra le regioni italiane per incidenza di stranieri sul totale della popolazione complessiva. «Un dato – chiariscono gli organizzatori – che conferma una volta di più la necessità per le pubbliche amministrazioni di continuare a lavorare per promuovere una società più equa, capace di rispondere in maniera puntuale ed efficace ai bisogni di tutte e di tutti». In realtà, come ricorda una delle docenti del percorso di seminari informativi, la giornalista Alessandra Testa, già nel 2004 la Regione Emilia-Romagna, sensibile al tema, emana una legge per l’integrazione sociale dei cittadini stranieri immigrati, per poi giungere negli anni successivi all'approvazione di due “Protocolli d’intesa sulla comunicazione interculturale” firmati da numerose organizzazioni istituzionali e professionali operanti nel settore dei media «con l’obiettivo, tra gli altri, di promuovere la presenza di cittadini di origine straniera, sia come produttori che come fruitori di notizie, di offrire una più corretta rappresentazione del processo migratorio sui media, di favorire la comprensione reciproca e il métissage culturale. Infine, di migliorare la comunicazione pubblica sulle politiche e le iniziative istituzionali in un'ottica interculturale e di genere».

Questo percorso di seminari informativi, chiarisce Claudia Capelli (Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali Università di Bologna), «risponde allora ad una priorità iscritta nelle regole che si è data la Regione Emilia-Romagna per costruire la cittadinanza con strumenti corretti. Si è scelto però di mettere l’accento sui processi e non sull'emergenza, di fornire cioè strumenti che, sempre sul piano della comunicazione istituzionale, non si limitino a far fronte ai casi specifici ma aiutino a strutturare azioni di medio-lungo termine». Informare relativamente ai temi del multiculturalismo, dei diversi aspetti del fenomeno migratorio e dei cambiamenti in corso nel proprio territorio di riferimento «è però attività che ha una dimensione sia istituzionale che politica, ed è in questa doppia veste – rivela Capelli – che si nasconde la difficoltà». Come uscire dall'impasse? Occorre prestare attenzione a restituire la complessità e le diverse sfaccettature del fenomeno migratorio e le azioni politico-amministrative ad esso legate, citando fonti attendibili ed evitando le immagini stereotipate che inquinano il dibattito. «Lo stereotipo è una cornice in cui collochiamo la realtà per comprenderla meglio e, in linea generale, non è negativa ma può esserlo nella misura in cui aiuta a propagare pregiudizi su determinati gruppi sociali. Non è allora un’operazione di cosmesi quella che va fatta. Le parole sono importanti e vanno scelte con cura».

Alessandra Testa fornisce un esempio chiarificatore ricorrendo alla parola “clandestino”: «Questo termine – spiega - ha un’accezione fortemente negativa. Evoca segretezza, vite condotte nell'ombra, legami con la criminalità. Viene correntemente utilizzato per indicare persone straniere che per varie ragioni non sono in regola, in tutto o in parte, con le norme nazionali sui permessi di soggiorno per quanto vivano alla luce del sole, lavorino, conducano esistenze “normali”. Per dire, possono essere semplicemente soggetti che non sono ancora riusciti a rinnovare il permesso di soggiorno oppure gli è scaduto. Si dovrebbe allora identificare ogni situazione col termine più adeguato, ed evitare sempre le stigmatizzazioni. Invece che scrivere “clandestino” è possibile usare parole come “irregolari”, “rifugiati”, “richiedenti asilo” o, ancora, locuzioni come “senza documenti”, “senza carte” che definiscono una semplice infrazione amministrativa ed evitano di suscitare immagini discriminatorie». Altresì importante è «giocare il ruolo di fonte autorevole rispetto alle narrazioni dominanti nell'arena mediatica e in quella politica. In altri termini – ribadisce Claudia Capelli – no all'appiattimento e parlare invece in maniera completa e complessa della popolazione straniera presente sul territorio, ricordandosi infine che la diffusione delle informazioni riguardanti problemi di pubblica utilità è diretta a tutti i fruitori dei servizi offerti dalla Pubblica Amministrazione», a prescindere da qualsivoglia nazionalità o cultura.

A tal proposito, giova ricordare che anche per il cittadino straniero Internet è tra i primi mezzi utilizzati per informarsi. «Ciò significa – sottolinea Alessia Giannoni, giornalista dell’associazione Carta di Roma – che la presenza delle istituzioni sui social non è più una scelta ma una regola per interagire, accorciare le distanze con la cittadinanza, darsi visibilità e costruirsi una buona reputazione. Inoltre, tramite i social è possibile raggiungere molte più persone rispetto alle classiche forme di comunicazione». I vantaggi di una presenza social sono indubbi: permette, ad esempio, di avere un feedback dai cittadini che consente di capire quali sono le loro esigenze e riconoscere le mancanze dell’ente pubblico, siano esse reali o anche solo percepite. Altro vantaggio è la partecipazione attiva, che genera a sua volta un senso di appartenenza alla comunità. Tuttavia esiste un rovescio della medaglia: la mancanza di una comunicazione veloce ed efficace comporta che la Pubblica Amministrazione venga percepita come apparato burocratico distante e inutile. Altro errore consiste nel moltiplicare inutilmente i canali di comunicazione per diffondere lo stesso messaggio, senza tener conto dell’utenza specifica di ciascun canale. Le informazioni stesse possono risultare ambigue o peccare di burocratese e autoreferenzialità. Uno strumento essenziale per ridurre, sui social network, il margine di rischio ed improvvisazione è allora la Social Media Policy (SMP): documento strategico con cui si individua cosa pubblicare e come pubblicarlo, come si risponde alle richieste dei cittadini e come si gestiscono le situazioni difficili.

Di migrazioni, dunque, oggi non si può non parlare ma va fatto seguendo criteri precisi, che ad esempio il Consiglio d’Europa elenca nel documento “Intercultural city step by step”, il primo dei quali riguarda le sfide che esse pongono. L’invito è a non tacere sulle luci come sulle ombre. L’essenziale è essere costruttivi: usare un linguaggio positivo che punti sui valori comuni e che evochi inclusione, bilanciando la presentazione di storie e dati per dare appello sia all'intelligenza emotiva che razionale.

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pubblicato il 2020/07/30 11:50:57 GMT+2 ultima modifica 2020-07-30T11:50:57+02:00

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