Intercultura

Comunicazione istituzionale interculturale. Dall’Emilia-Romagna arriva un Manifesto con le strategie più efficaci

Il documento, nato da un percorso informativo sul tema, offre un elenco di buone pratiche per un dialogo costruttivo tra Istituzioni e cittadini di origine straniera

Alla comunicazione pubblica interculturale va riconosciuto un ruolo strategico nel promuovere la coesione sociale: con essa si sostengono infatti tutte quelle pratiche di informazione, ascolto, partecipazione e confronto fra istituzioni e cittadinanza di origine straniera necessarie ai fini dell’inclusione. Una tesi, questa, che in Emilia-Romagna trova riscontro pratico nella Legge Regionale 5/2004 (in materia di parità d’accesso dei cittadini stranieri alle informazioni prodotte a livello istituzionale) e nei “Protocolli d’intesa regionale sulla comunicazione interculturale” del 2009 e del 2014, a cui vanno ad aggiungersi – avendole fatte proprie – le indicazioni contenute nella “Carta di Roma” e nel “Manifesto della Comunicazione Non Ostile”. Norme, criteri e principi sui quali i partecipanti al percorso di seminari informativi in “Comunicazione istituzionale interculturale: approcci, pratiche e strumenti per un'efficace comunicazione pubblica” si sono confrontati in occasione dei diversi workshop che hanno caratterizzato il percorso nato nell'ambito del progetto regionale multi-azione CASPER 2, finanziato dal fondo FAMI 2018-2020. Un’iniziativa gestita da ANCI Emilia-Romagna per conto della Regione Emilia-Romagna e in collaborazione con l'Università di Bologna, al termine della quale è stato redatto un vero e proprio Manifesto a supporto della progettazione comunicativa degli Enti pubblici in un’ottica interculturale. A raccontarne la genesi, in occasione del webinar finale del percorso tenutosi il 3 giugno 2020, sono stati i portavoce dei 4 gruppi di lavoro in cui erano suddivisi i partecipanti. Ad illustrarne il contenuto, invece, sono intervenuti Pina Lalli di CoMediaS (Centro di ricerca su Comunicazione, Media e Spazio Pubblico – Dipartimento di Scienze Politiche all'Università di Bologna) e Claudio Trementozzi di Compubblica (Associazione italiana della comunicazione pubblica e istituzionale).

Nove, in tutto, i punti del documento che Chiara Gius (Università di Bologna), facilitatrice del percorso formativo, definisce «lista di buone pratiche, più che di regole vere e proprie, con le quali costruire di volta in volta una comunicazione capace di tenere insieme le esigenze dell’Ente per il quale si lavora e quelle degli utenti a cui ci si rivolge»:

  1. Dotarsi di una agenda interculturale;
  2. Costruire una narrazione libera da stereotipi;
  3. Adottare un linguaggio inclusivo;
  4. Dotarsi di un approccio comunicativo integrato;
  5. Mettersi in ascolto;
  6. Invitare alla partecipazione;
  7. Fare rete;
  8. Sostenere attività di formazione e aggiornamento;
  9. Impegnarsi in attività di monitoraggio e valutazione.

A parlare per primo di “intercultura” – come ricorda Pina Lalli – è stato il politologo statunitense Samuel Huntington che in un articolo del 1993 e poi nel libro “Lo scontro delle civiltà”, pubblicato nel 1996, espose una tesi che ha fatto molto discutere e che ritorna ciclicamente di attualità. In sostanza Huntington sostenne che la prima ragione di conflitto, per il mondo che veniva fuori dalla guerra fredda, non sarebbe stata né ideologica né economica: “Le grandi divisioni all'interno dell'umanità e la fonte di conflitto predominante avranno carattere culturale. Gli stati nazione resteranno i protagonisti più potenti degli affari mondiali ma i principali conflitti della politica globale avranno luogo tra nazioni e gruppi di civiltà diverse”. Gli Enti pubblici dovrebbero dunque considerare il tema dell'intercultura – intesa come possibilità di superamento dei conflitti sociali – come una parte integrante del proprio mandato, impegnandosi a valorizzarlo in ogni ambito della progettazione comunicativa, la quale deve essere sostenuta da un preciso piano editoriale condiviso con i vertici organizzativi. Quanto al comunicatore pubblico, questi dovrà evitare un racconto della interculturalità e delle migrazioni appiattito su di una dimensione sociale, assistenziale o emergenziale. «Nel comunicare – spiega Lalli – si cercherà di capire se si stanno utilizzando, senza riflettere, “ricette” date per scontate», in un senso o nell'altro. «Attenzione alle due facce di una stessa medaglia – avverte infatti Trementozzi –. Ovvero il vittimismo, che rischia di disturbare le stesse comunità di cittadini stranieri, e l’esaltazione del fenomeno, che rischia di allontanare i cittadini italiani». Il linguaggio dovrà essere semplice, inclusivo e rispettoso delle differenze. «Quando scrivo un atto pubblico – chiarisce ancora Lalli – cerco di mettermi nei panni dell’interlocutore per verificare se ciò che dico risulta comprensibile anche a chi conosce poco la “burocrazia” e se ciò che dico implica una interpretazione non condivisa da tutti». Perché se si sposa l’idea che “interculturalità” voglia dire accettazione delle differenze, non per questo il dialogo tra diverse culture diventa automaticamente semplice.

Il quesito è sul tavolo: «Come si costruiscono le relazioni in queste differenze tra pari? Come fanno uguaglianza e diversità ad andare insieme?». La risposta è nel dialogo. Premesso che una buona comunicazione interculturale non si risolve unicamente nella traduzione di un messaggio in lingue differenti, essa implica invece “dare spazio alla parola dell’altro”, secondo un’espressione che Lalli prende in prestito dal libro “Elogio della lentezza” dello scrittore Carl Honoré. Spazio «per poterci capire, per poterci intendere», che a sua volta richiede tranquillità: «Ci vuole ascolto e ci vuole lentezza, e non la velocità a tutti i costi o, comunque, far sì che la velocità non sia prioritaria rispetto alla comprensione, proprio perché il comunicare non sa fare a meno della reciprocità». In altri termini, il comunicatore pubblico deve poter prestare attenzione ai bisogni dei cittadini di origine straniera, anche ricorrendo alla molteplicità degli strumenti comunicativi oggi a disposizione: «Comunicare implica sapersi mettere nei panni dell’altro, anticipandone le aspettative».

In fondo «conoscere la propria comunità è il primo passo per attivare una comunicazione efficace», spiega Trementozzi che, a tal proposito, cita un’analisi del 2013, pubblicata dal Dipartimento della Funzione Pubblica sul portale web PAQ (“Per un’Amministrazione di Qualità”) in merito alla comunicazione interculturale, tema che non può essere eluso dai Servizi Pubblici, alle prese con una realtà ormai globalizzata. Globalizzazione che però non significa che il mondo sia diventato tutto uguale ed omogeneo, anzi, vi sono disuguaglianze che tendono ad aumentare, come quelle economiche, «e culture locali che, per fronteggiare la minaccia dell'omogeneizzazione – è la riflessione condivisa sul portale governativo – tendono a chiudersi in loro stesse o in nuovi fondamentalismi. L'intercultura ha indotto a scoprire e mettere in rapporto le differenze etniche, ma il rischio è di limitarsi ad esaltare e fissare queste diversità, senza “metterle in dialogo” tra di loro o, addirittura, ostacolare la comprensione reciproca. In un tale contesto, il “compito” della comunicazione interculturale dovrebbe, infatti, essere quello di favorire il confronto tra persone di culture diverse e la coesione sociale». Al termine di quella analisi, il suggerimento – valido ancora oggi – era di investire «sulla conoscenza della lingua, della cultura e delle tradizioni, visto che ogni popolo – Trementozzi torna a sottolinearlo – ha il proprio modello comunicativo». E di investire anche sull'apprendimento «della comunicazione non verbale e del contesto in cui ciò avviene poiché, ad esempio, vi sono culture dove la maggior parte delle informazioni non viene fornita in modo esplicito», ma dipende appunto dal contesto e, perché no, dalla gestualità e dal tono di voce.
Da tutto ciò si evince che una efficace comunicazione pubblica interculturale non si improvvisa e, soprattutto, non è attività calata dall'alto: richiede il coinvolgimento dei suoi destinatari. Per questo andrebbero sostenute progettualità ed iniziative di media education, volte a favorire la partecipazione ed il protagonismo dei cittadini stranieri. Il passo successivo dovrebbe essere la formalizzazione di apposite reti a livello locale tali da consentire una gestione coordinata, e dunque una valorizzazione, delle proprie attività di comunicazione interculturale. «Far tesoro delle esperienze e competenze dei colleghi, infatti, aiuta anche a conoscere meglio i servizi e a meglio prendere in carico la domanda dell’altro» è il suggerimento di Pina Lalli, che aggiunge: «Il vecchio adagio secondo il quale “non si smette mai di imparare” è il sale della comunicazione». Ciò significa che il comunicatore pubblico dovrà tenersi aggiornato su tutti gli aspetti necessari sia per migliorare la sua comprensione e la sua conoscenza del fenomeno migratorio e sia per rispondere al meglio ai bisogni comunicativi del proprio Ente. La previsione, in ultimo, di appositi strumenti atti a monitorare e valutare la propria azione comunicativa consentirà di individuare possibili attività correttive e migliorarne l’efficacia nel suo insieme.

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pubblicato il 2020/07/30 12:30:00 GMT+2 ultima modifica 2020-07-30T13:31:49+02:00

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