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Introduzione

Nel 2004, con l’emanazione della legge regionale n.5, l'Emilia-Romagna si proponeva di rispondere a diverse esigenze che, in quel momento, la presenza degli stranieri sul territorio rendeva evidenti. Ovvero, il superamento dell’emergenza, il contrasto alla ghettizzazione e il monitoraggio del fenomeno migratorio ai fini della programmazione di politiche pubbliche che fossero basate su dati certi e confrontabili. Si stabilì anche che venissero analizzati, attraverso uno strumento chiamato “Clausola Valutativa”, i risultati ottenuti con gli interventi e i programmi di inclusione. A commentare oggi gli ultimi dati disponibili, quelli cioè del quadriennio 2021-2024, è Luca Rizzo Nervo, Delegato per le Politiche migratorie e la Cooperazione internazionale del Presidente della Regione Emilia-Romagna.

Spesso si parla di immigrazione in termini di emergenza e di spesa che grava sul bilancio pubblico. È davvero così?

«In premessa vorrei dire che, sul tema dell’immigrazione, la scelta fatta dall’Emilia-Romagna è quella di una straordinaria trasparenza, realizzata non solo attraverso la Clausola ma anche attraverso il lavoro dell'Osservatorio regionale sul fenomeno migratorio e la pubblicazione di diversi report annuali che ci consentono, nella loro storicità, di valutare l'evoluzione dei dati. Sicuramento quello sul lavoro è tra i più interessanti: gli occupati stranieri sono 268 mila, ovvero il 13,2% dell'occupazione regionale. Nel 2024 il saldo fra coloro che hanno acquisito il lavoro e coloro che l'hanno cessato è stato positivo: ben 13mila persone in più occupate, un aumento dovuto esclusivamente alla componente straniera. Dunque, l'immagine un po' stereotipata per cui gli immigranti nel nostro territorio sono rappresentati talvolta come nullafacenti o comunque a carico del sistema di welfare, senza dare un contributo, è smentita dai fatti. E i 21 miliardi e mezzo di euro di valore aggiunto, cioè di ricchezza prodotta dal lavoro delle persone migranti – pari al 12,2% del totale regionale – segnala non solo una parte decisiva della ricchezza prodotta in Emilia-Romagna, ma segnala un dato largamente superiore alla media nazionale, che è invece l'8,8% del valore aggiunto sul PIL del Paese. Inoltre, sul nostro territorio sono attive 55mila imprese straniere, pari a quasi il 15% del totale delle imprese emiliano-romagnole, segno anche questo di un consolidamento della presenza straniera. Elementi che confermano la natura strutturale, stanziale e tesa all'integrazione degli stranieri attraverso il lavoro. Con l'onestà intellettuale che serve nel guardare i numeri, dico però che ci sono anche elementi di criticità che permangono su questo aspetto».

A cosa si riferisce?

«Un elemento di preoccupazione è il forte divario occupazionale che c'è tra le donne migranti e le donne italiane, che ancora necessita di miglioramento. Lunedì (15 giugno 2026 ndr) è andato in Giunta il progetto che presenteremo, come Regione Emilia-Romagna, ad un bando FAMI nazionale dedicato al tema dell'inclusione lavorativa e sociale delle donne straniere, proprio perché si è consapevoli di dover rafforzare gli strumenti che favoriscano una loro occupazione».

A tal proposito, una delle accuse rivolte alla politica è quella che l'integrazione significhi assistenzialismo.

«La critica che ci viene rivolta, anche usando i dati che noi stessi abbiamo fornito, è che gli strumenti del welfare emiliano-romagnolo siano appunto appannaggio delle persone straniere. In realtà i dati ci dicono una cosa diversa, e cioè che i servizi di welfare che le persone migranti richiedono maggiormente sono quelli legati al consolidamento della loro permanenza all'interno del sistema emiliano-romagnolo e, più in generale, italiano. Quindi, l'orientamento e l'inserimento lavorativo, richieste che di solito provengono dalle persone più giovani. Al contrario, c'è una parte di welfare legata alla non autosufficienza e ai bisogni delle persone anziane che è appannaggio maggiore degli italiani. Ed è, questa, una fotografia della realtà anche demografica, poiché l'età media degli stranieri presenti nella nostra regione è di 37 anni mentre quella degli italiani è sopra i 48. Uno scarto molto significativo. Noi viviamo nel Paese più vecchio e nel Continente più vecchio del mondo; quindi, è piuttosto normale che i servizi di welfare legati alla condizione anziana siano una prerogativa degli italiani e che invece le esigenze di un'età più giovanile, come è appunto il lavoro e l’abitare, siano più sentite dalle persone straniere». 

Entriamo allora nei dati per capire, ad esempio, chi accede proprio ai servizi abitativi.

«Questo è uno di quei temi su cui forse più di tutti è necessario fare un fact-checking approfondito. Nella clausola valutativa c'è un dato che ha fatto rumore e che è stato anche utilizzato in alcune campagne denigratorie, e cioè che il 25% degli alloggi dell'edilizia residenziale pubblica (ERP) sia stato assegnato ai cittadini stranieri. In realtà stiamo parlando del 22,4% delle case popolari e nelle nuove assegnazioni gli stranieri rappresentano il 39% del totale. Dicono: ma come, gli stranieri sono il 12,9% della popolazione regionale e a loro vengono assegnate il 39% delle risorse abitative pubbliche? Scandalo! Anche qui bisognerebbe però guardare i dati nella loro realtà: vive in una casa di proprietà circa l'82% degli italiani e il 21% degli stranieri. E dunque a non avere una propria abitazione restano 699 mila italiani e 463 mila stranieri. Il totale della platea dei potenziali beneficiari dell'alloggio pubblico nella nostra regione è quindi di 1 milione e 161 mila persone. Ovviamente dentro questo numero ci sono persone che prendono la casa nel libero mercato o con il canone concordato e quindi non concorrono alla casa pubblica, ma potenzialmente diciamo che potrebbero. Bene, di questa platea, gli italiani sono il 60% e gli stranieri il 40%. Per cui la quota di nuove assegnazioni dell'edilizia popolare pari al 39% agli stranieri, che dicevo all’inizio, non è affatto sproporzionata ma è precisamente corrispondente alla platea di riferimento. Conseguentemente, gli italiani nuovi assegnatari rappresentano il restante 61% e questo dato spiega in maniera quasi puntuale la proporzione. Quindi non c'è nessun accesso privilegiato, ma c'è una corrispondenza quasi esatta a quelle che sono le proporzioni della platea potenziale dei beneficiari».

Spesso lo straniero passa, specie sui social, come una persona violenta e che “ruba il lavoro” agli italiani. In realtà parliamo di persone che sono anche discriminate e, a volte, gravemente sfruttate.

«L’Emilia-Romagna ha acceso la luce sui fenomeni di sfruttamento più di vent'anni fa con il progetto “Oltre la strada”. Negli ultimi tempi questa attenzione ha trovato degli strumenti ulteriori, ad esempio con il progetto “Common Ground”, attraverso il quale l’Emilia-Romagna assieme ad altre quattro regioni del nord Italia – Piemonte, Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Liguria – punta ad affrontare il tema dello sfruttamento lavorativo e del caporalato, fenomeno che esiste anche nelle regioni del nord Italia e non, come erroneamente si crede, solo nei campi del foggiano o dell'agro pontino laziale. E anche qui, smentendo un altro luogo comune, lo sfruttamento non è solo nell’agricoltura, ma è ad esempio nella logistica, a volte nel lavoro di cura, nella ristorazione, nel settore alberghiero e in molti altri. La strategia, condivisa con le comunità territoriali, da un lato punta a rafforzare le antenne che consentano di scoprire situazioni di sfruttamento lavorativo e, dall’altro, mira ad offrire sia percorsi di uscita da queste condizioni e sia servizi di orientamento verso lavori che abbiano invece i crismi della legalità».

Si immagina che combattere queste forme di sfruttamento abbia una ricaduta positiva sul mercato del lavoro e sulla convivenza in generale.

«L'esperienza di questi anni ci dice che il racconto per cui il mercato è drogato dall'accettazione supina di lavori irregolari da parte dei migranti, quasi fosse una loro scelta stare in condizioni di sfruttamento lavorativo, non è vero. Abbiamo evidenza di persone che sono venute qui per lavorare, anche perché spesso, ed è risaputo, i migranti oltre che farlo per sé stessi spesso lavorano per riuscire a mandare risorse alle proprie famiglie nei Paesi d'origine. E percepire pagamenti da 2 euro al giorno non è sicuramente la prospettiva che i migranti desiderano, tant'è che davanti alla possibilità di uscire da una situazione di sofferenza danno un contributo importante, spesso anche a colpire la criminalità organizzata che si nasconde dietro uno sfruttamento e un’economia grigia. Quindi, si, credo sia un vantaggio per tutti combattere il fenomeno».

Si è discusso anche dei bambini stranieri che, a scuola, rallenterebbero la didattica perché, si dice, non parlerebbero bene l’italiano.

«Quando parliamo di minori stiamo parlando di una realtà che è già parte integrante della nostra comunità regionale: ci sono oltre 110 mila minori stranieri residenti, quasi il 17% del totale, e di questi ben 81 mila sono nati in Italia. Addirittura, nella fascia d’età 0-5 anni i nati nel nostro territorio da genitori stranieri sono il 90,7%. A scuola, poi, gli alunni stranieri sono circa il 19%: un dato che è stato utilizzato da taluni per denunciare come questi giovani abbiano indicatori scolastici peggiori dei nostri studenti italiani. Occorre però guardare all’andamento del dato nel tempo e non solo al dato puntuale di oggi. E ciò che si evince è invece un trend di progressivo e sostanziale avvicinamento negli indicatori scolastici tra gli studenti stranieri e italiani. Questo si spiega perché, in precedenza, non essendo nati qui ma arrivati in Italia con un percorso migratorio, non sapevano la lingua ed avevano bassi livelli di integrazione, e ovviamente anche gli indicatori scolastici erano peggiori. Laddove invece i bambini, pur sempre figli di stranieri, sono nati e cresciuti nel nostro Paese, parlano perfettamente l'italiano e la famiglia vive in modo stabile nella nostra realtà, si assottiglia anche il ritardo scolastico. In finale, dove c'è una condizione di serenità, di conoscenza della lingua e di un contesto familiare economicamente dignitoso si va meglio anche a scuola».

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PER APPROFONDIRE:

Il testo della Relazione alla Clausola Valutativa (in riferimento alla L.R. 5/2004, art. 20 «Norme per l'integrazione sociale dei cittadini stranieri immigrati») può essere consultato e scaricato al seguente link:

https://sociale.regione.emilia-romagna.it/immigrati-e-stranieri/documenti/relazione-alla-clausola-valutativa-in-riferimento-alla-l-r-5-2004-art-20-norme-per-lintegrazione-sociale-dei-cittadini-stranieri-immigrati-gennaio-2026

Ultimo aggiornamento: 26-06-2026, 15:17